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Portale storico della Camera dei deputati

Presidenti

Alfredo Rocco

Nato a Napoli il 9 settembre 1875
Deceduto a Roma il 28 agosto 1935
Laurea in Giurisprudenza; Docente universitario, Pubblicista / Giornalista

Biografia

Nasce a Napoli il 9 settembre 1875. Dopo la laurea in giurisprudenza all'università di Genova nel 1896, intraprende una brillante carriera accademica: è libero docente di diritto commerciale all'università di Parma (1899), prima straordinario e poi ordinario della stessa materia all'università di Urbino (1899-1902) e quindi a Macerata fino al 1905. L'anno successivo diviene ordinario di procedura civile all'università di Parma, poi in quella di Palermo (1909-1910), quindi ordinario di diritto commerciale all'ateneo di Padova (1910-1925). Insegna legislazione economica e del lavoro a Roma (1925-1930) e poi diritto commerciale nel medesimo ateneo (1930), di cui diventa rettore nel 1932.
Quanto alla sua formazione politica, Rocco è in un primo momento vicino a Francesco Saverio Nitti. Nel maggio-giugno 1907, al terzo congresso nazionale del Partito radicale, a Bologna, è autore di una relazione in cui si appoggiano gli interessi degli impiegati, pur negando loro il diritto di sciopero, e presenta una mozione volta a trasformare il movimento in un'organizzazione politica che rappresenti soprattutto le istanze del ceto medio. Nel novembre 1913, in un articolo apparso su La Tribuna, auspica un rinnovamento del Partito liberale in senso più decisamente nazionale, sulle orme di Crispi e di Giolitti; nel dicembre dello stesso anno aderisce all'Associazione nazionalista divenendo il leader del gruppo padovano. Al congresso nazionalista di Milano del maggio 1914 Rocco redige, congiuntamente a Filippo Carli, la relazione su I principii fondamentali del nazionalismo economico. Fonda il periodico Il Dovere nazionale (1914), dalle cui pagine si esprime in favore della partecipazione italiana alla guerra, occupandosi anche di altre tematiche, in particolare economiche. Tra il 1917 e il 1918 è volontario come ufficiale di artiglieria, ottenendo la croce al merito di guerra. Nel 1918 fonda, insieme a Francesco Coppola, la rivista Politica, il cui primo numero (15 dicembre 1918) ospita il "Manifesto"; in esso lo Stato viene identificato come «forma necessaria e storica della vita sociale»; dal 1919 al 1922 dirige L'Idea nazionale. Egli guarda quindi con interesse a Benito Mussolini e al nuovo fenomeno fascista, individuando in esso la possibilità di restaurare e di riorganizzare lo Stato.
Nel 1921 è eletto deputato a Roma nella lista dei blocchi nazionali (XXVI legislatura). Dopo la marcia su Roma è nominato Sottosegretario di Stato al Ministero del tesoro (31 ottobre-31 dicembre 1922), quindi Sottosegretario di Stato al Ministero delle finanze (1° gennaio-8 marzo 1923) e poi Sottosegretario di Stato per l'assistenza militare e le pensioni di guerra (8 marzo-1° settembre 1923). Nel febbraio 1923 il Partito nazionalista si fonde con quello fascista.
Nel 1924 è rieletto alla Camera dei deputati (XXVII legislatura), divenendone Presidente il 27 maggio. Il 30 maggio Rocco presiede la seduta nella quale la Camera è chiamata a votare sulla proposta della Giunta delle elezioni relativa alla convalida dell'elezione dei deputati. In questa occasione Giacomo Matteotti pronuncia il suo ultimo discorso nel quale chiede «il rinvio delle elezioni inficiate dalla violenza alla Giunta delle elezioni».
La proposta è respinta con 285 voti contrari, 57 favorevoli e 42 astenuti.
Nella seduta della Camera del 13 giugno 1924, tre giorni dopo la scomparsa di Matteotti, Rocco reclama una «inesorabile giustizia, che sia monito severo ai facinorosi, e che ristabilisca l'impero non solo dell'ordine giuridico, ma anche dell'ordine morale, violato oggi, per il fatto inaudito che ci riempie di commozione e di orrore». È ancora Rocco a presiedere la famosa seduta della Camera con la quale Mussolini si assume «la responsabilità politica, morale, storica di tutto» ciò che era accaduto (3 gennaio 1925).
Dopo qualche giorno termina la sua esperienza di Presidente della Camera, in quanto il 5 gennaio 1925 assume l'incarico di Ministro della giustizia e degli affari di culto, che manterrà fino al luglio 1932. La sua attività di governo si concretizza, in un primo momento, in una serie di atti normativi (cosiddette "leggi fascistissime") che rappresentano, per un verso, la fine dello Stato liberale e, per l'altro, il consolidamento del regime fascista. Tra di essi, rivestono particolare importanza la normativa sulle attribuzioni e prerogative del Capo del Governo, Primo ministro segretario di Stato (legge 24 dicembre 1925, n. 2263), la legge sulla facoltà per l'esecutivo di emanare norme giuridiche (legge 31 gennaio 1926, n. 100) e la legge 25 novembre 1926, n. 2008, recante provvedimenti in difesa dello Stato, con la quale viene reintrodotta in Italia la pena di morte, abolita nel 1889, ed istituito il Tribunale speciale per la difesa dello Stato. Ulteriori interventi sono promossi da Rocco per disciplinare i rapporti collettivi di lavoro con la legge 3 aprile 1926, n. 563, che costituisce uno dei fondamenti dello Stato corporativo. In materia istituzionale è da ricordare altresì la legge 9 dicembre 1928, n. 2693, recante ordinamento e attribuzioni del Gran Consiglio del fascismo, che istituzionalizza tale «organo supremo, che coordina e integra tutte le attività del regime sorto dalla rivoluzione dell'ottobre 1922» (articolo 1).
Dopo la legge delega 24 dicembre 1925, n. 2260, l'impegno di Rocco si rivolge prevalentemente alla riforma generale dei codici. Nel 1926 nomina una commissione ministeriale, presieduta da Giovanni Appiani, per la stesura di un nuovo progetto di codice penale, la cui versione definitiva è pubblicata con regio decreto 19 ottobre 1930, n. 1398. Nel 1929 egli presenta anche un progetto di codice di procedura penale, redatto, tra gli altri, da Vincenzo Manzini; il progetto definitivo è poi pubblicato con regio decreto 19 ottobre 1930, n. 1399. I due codici, conosciuti anche come "codici Rocco", entrati in vigore il 1° luglio 1931, sopravvivono al fascismo: il codice di procedura penale, profondamente modificato a partire dal 1955, resta in vigore fino al 1990; il codice penale, seppure oggetto di critiche provenienti da diverse parti politiche, è tuttora vigente, anche se con molte modifiche rispetto al testo originario.
Membro del Gran Consiglio del fascismo, Rocco è rieletto deputato nel 1929 (XXVIII legislatura) e, dal novembre 1932 al gennaio 1934, presiede la Commissione per l'esame dei bilanci e dei rendiconti consuntivi della Camera. Nel marzo del 1934 è invece nominato senatore: nel nuovo consesso è membro della Commissione parlamentare incaricata di dare il proprio parere sui progetti dei nuovi codici civile, di procedura civile, di commercio e per la marina mercantile e della Commissione per la verifica dei titoli dei nuovi senatori.
Tuttavia la sua esperienza senatoriale è di breve durata, poiché Alfredo Rocco si spegne a Roma il 28 agosto 1935.

XXVII Legislatura del Regno d'Italia

Tornata del 28 maggio 1924

Le elezioni della Camera dei deputati del 6 aprile 1924 si tengono secondo la nuova legge elettorale maggioritaria che assegna i due terzi dei seggi alla lista che ottiene almeno il 25 per cento dei voti. La lista nazionale formata dai fascisti e dai loro alleati consegue pertanto 355 deputati. Alfredo Rocco è eletto il 27 maggio Presidente della nuova Camera, raccogliendo 338 voti su 469 votanti (con 127 schede bianche). Nel suo discorso del giorno seguente, Rocco sottolinea gli «straordinari avvenimenti » dei dieci anni precedenti, che hanno «creato situazioni nuove e posto nuovi problemi anche alla Camera elettiva». Dalla guerra è conseguito un «profondo rivolgimento spirituale», in questo contesto il movimento fascista «avrà un favorevole influsso sullo sviluppo in Italia delle istituzioni rappresentative », a patto che siano superati gli interessi individuali, di gruppo e di partito. Per Rocco, il regime parlamentare può salvarsi a condizione di «ritornare a una più feconda attività nel campo legislativo» e ad una maggiore disciplina originata dal «rinnovamento degli spiriti». Egli indica quindi il compito della legislatura «nel rendere sempre più robusta e solida la compagine economica, militare e spirituale della Nazione» ed auspicando che i lavori parlamentari siano «fecondi di bene per la nostra Patria diletta».