Documenti ed Atti
XI Legislatura della repubblica italiana
MOZIONE 1/00118 presentata da MUZIO ANGELO (RIFONDAZIONE COMUNISTA) in data 19930111
La Camera, premesso che: il Governo ha presentato un piano denominato di "riordino delle partecipazioni statali" sulla base di quanto disposto dal decreto-legge 11 luglio 1992, n. 333; il sistema delle partecipazioni statali nasce nel nostro Paese per colmare con un deciso intervento dello Stato il ritardo di industrializzazione rispetto agli altri paesi europei, intervento rafforzatosi via via con la crisi bancaria e la costituzione dell'IRI nel 1933, la ricostruzione post-bellica e per favorire l'industrializzazione del Mezzogiorno; l'economia del nostro Paese e' stata caratterizzata da una forte compenetrazione fra Stato e mercato avendo i gruppi privati italiani sempre necessitato in maniera permanente ed organica di un sostegno e di sussidi pubblici. In questo quadro le stesse Partecipazioni Statali hanno svolto un ruolo servente e subalterno nei confronti dell'economia privata; i sussidi dello Stato alle imprese private italiane superano i 40 mila miliardi l'anno ed il pubblico e' sempre stato disponibile ad accollarsi i problemi della cattiva gestione delle imprese private secondo il motto della "privatizzazione degli utili e della socializzazione delle perdite", in maniera tale e con tale sistematicita' da rendere del tutto arbitraria la contrapposizione fra stato e mercato nel nostro paese; tale situazione ha generato una serie di pesanti distorsioni negli assetti strutturali dell'economia italiana, ed ha impedito, a causa dell'eterogeneita' degli interventi legati spesso a logiche spartitorie e clientelari, a pressioni sociali contingenti, una organica politica industriale; la gestione partitocratica - in particolare negli ultimi 15 anni - delle Partecipazioni Statali, gli sprechi, la frammentazione degli interventi, i condizionamenti determinati dai vincoli CEE per i fondi di dotazione, pongono oggi in profonda crisi la stessa possibilita' di sopravvivenza delle Partecipazioni Statali; e' mancato al nostro Paese una reale politica industriale che individuasse obiettivi e settori strategici; il confronto economico a livello internazionale avviene tra "sistemi-paese" e tra grandi industrie all'avanguardia in uno specifico settore mentre i grandi gruppi industriali italiani sono ancora delle vecchie conglomerate peraltro sottocapitalizzate; e' in corso una "internazionalizzazione passiva" dell'economia del nostro Paese da parte di gruppi esteri in interi comparti industriali strategici: alimentare, telecomunicazioni, chimica, farmaceutica, ecc.; la nostra struttura industriale e' debole perche' a bassa tecnologia e perche' affida velleitariamente la propria sorte sul mercato internazionale alla sola arma del prezzo nei settori delle macchine utensili, dei prodotti tessili, dell'abbigliamento, delle calzature, del vino, ed in prospettiva l'industria italiana si trovera' sempre piu' stretta fra la concorrenza tecnologica dei paesi avanzati e la concorrenza del prezzo dei paesi di nuova industrializzazione; la manovra economica del Governo Amato ha esasperato tale situazione comprimendo salari, erogazioni previdenziali, servizi sociali e deprimendo il mercato interno; i tagli della spesa pubblica hanno inciso particolarmente sulla ricerca; nel nostro Paese il mercato dei capitali in presenza del finanziamento del debito pubblico mediante i titoli di Stato, in presenza di circuiti diretti di finanziamento pubblico alle imprese, in assenza di regole efficaci di protezione del risparmiatore, e' rimasto di dimensioni asfittiche; i grandi gruppi italiani in crisi finanziaria dipendono ancora una volta da iniezioni di denaro pubblico (Olivetti, Fiat, Piaggio, ecc.) in presenza di un debito pubblico ormai ingovernabile; le famiglie non hanno nessun interesse - di fronte agli alti tassi garantiti dai titoli del debito pubblico - ad acquistare azioni delle societa' e tantomeno delle societa' delle Partecipazioni Statali; la controriforma previdenziale approvata con la legge delega e' volta a creare nell'arco di qualche anno un mercato indotto e artificioso per i fondi pensionistici privati al fine di rastrellare risparmio dalle famiglie per investimenti a rischio. Tale processo non e' contrastato adeguatamente dai vertici confederali che anzi intendono partecipare alla gestione di tali fondi anche tramite l'utilizzo degli accantonamenti del TFR dei lavoratori dipendenti; le banche italiane private sono di piccole dimensioni mentre sono pesanti i limiti dimensionali e di ricapitalizzazione (dovuta al mancato conferimento da parte dell'azionista statale) delle stesse grandi banche commerciali dell'IRI, che non consentono oggi di competere efficacemente con le altre grandi banche europee, ne' di accompagnare il processo di internazionalizzazione delle grandi imprese italiane; il Piano di riordino compie un grave attacco alle disposizioni costituzionali di cui agli articoli 41 e 43 che prevedono l'indirizzo ed il coordinamento a fini sociali dell'attivita' economica pubblica e privata, ed individuano situazioni e comparti strategici nell'ambito dell'economia nazionale; nel contesto sovradescritto il "Piano di riordino delle Partecipazioni Statali" e' tale solo di nome e si risolve in una operazione finanziaria solo formalmente finalizzata ad un concreto e consistente abbattimento del debito pubblico essendoci una sproporzione evidente tra il gettito conseguibile e l'alienazione di parti consistenti e strategiche del patrimonio produttivo e finanziario pubblico; in nessun paese dove e' stato avviato il processo di privatizzazione, tale processo e' servito a realizzare cospicui introiti; e' assente ogni reale scelta di politica industriale e l'individuazione di settori strategici per lo sviluppo e la sicurezza del nostro paese; rischia di risolversi sul piano finanziario in ulteriori perdite per il bilancio statale, nella svendita delle migliori societa' delle Partecipazioni Statali ai privati, in attivita' speculative mentre appare irrealistica l'ipotesi di favorire la nascita di pubblic companies senza consistenti agevolazioni fiscali per gli acquirenti di azioni delle ex aziende a partecipazione statale e dunque senza un ulteriore aggravio per i conti dello Stato; apre la strada ad un'ulteriore penetrazione di capitale straniero in settori strategici della nostra economia ad iniziare dal settore creditizio; il "libro verde" allegato al piano di riordino individua la necessita' di mantenere una presenza pubblica solo nei settori strategici dell'industria militare e della ricerca di base; si evidenzia la mancata esplicitazione dello sterminato patrimonio immobiliare degli enti pubblici economici, delle Partecipazioni Statali ed in particolare dell'INA, vistosamente sottovalutato che, se smobilitato anche parzialmente, consentirebbe la ricapitalizzazione delle imprese, mentre una sua mancata esplicitazione rappresenterebbe invece un finanziamento occulto agli acquirenti delle societa' alienate; la decisione di smembrare la SME distrugge l'unico gruppo italiano che possiede le dimensioni minime di permanenza in un mercato, come l'alimentare, fortemente deficitario in termini di bilancia dei pagamenti; la vendita riguarda innanzitutto le parti migliori e piu' redditizie, tecnologicamente preziose (SME, SgS, Nuovo Pignone, Italtel, banche) con un depauperamento complessivo che non manchera' di incidere sulla qualita' e la tenuta delle societa' non vendute; le dismissioni saranno estremamente pesanti in termini occupazionali (lo stesso Governo parla di 150 mila posti di lavoro a rischio) incidendo in particolare sulle societa' Iritecna, Ilva, Enichem, l'alluminio, la cantieristica, le miniere, le imprese dell'indotto Enel, e su intere aree territoriali a presenza produttiva pubblica, come la Sardegna, la Sicilia, la Calabria, la Toscana, la Liguria e le citta' di Taranto e Trieste; si tratta dunque di una proposta che risponde ad una logica di mera emergenza economica, inefficace, pericolosa ed impropria dal punto di vista di una corretta gestione delle risorse e largamente viziata da ideologismi neo-liberisti, che rischia di aumentare il rischio di insolvenza dello Stato italiano, e di conseguenza l'onere per il servizio del debito; negli altri paesi industrializzati sia pure con modalita' diverse, pur di fronte ad ampi processi di privatizzazione, lo Stato oltre a essersi dotato di una precisa politica industriale a salvaguardia degli interessi nazionali, si e' munito di strumenti, golden share (G.B.) o controllo delle grandi banche universali (Germania, Francia, Giappone), per il mantenimento delle garanzie pubbliche, costituendo una cintura di sicurezza economica ed istituzionale a protezione del sistema produttivo nazionale; la proposta di privatizzazione in Italia avviene con una profonda sfasatura temporale rispetto ad altri paesi mentre si assiste a livello europeo ad una convergenza strategica di pubblico e privato finalizzato alla ricerca di opportune sinergie e dopo la grande deregulation degli anni '80 si assiste ad una generale riconsiderazione di tale politica, per esempio negli USA, per la presenza di gravi effetti indesiderati: dal settore del trasporto aereo, alle telecomunicazioni, al sistema bancario; lo stesso Governo tedesco sta operando in questi giorni una vera e propria svolta nella sua politica di privatizzazione, a favore di una politica industriale, avendo deciso di conservare allo Stato le industrie strategiche della ex-RDT non ancora privatizzate e di risanarle; il problema non e' tanto e solo la questione degli assetti proprietari, ma quanto questi incidono sulle modalita' di gestione delle aziende: per esempio, nel settore bancario le banche di interesse nazionale hanno sempre garantito una conduzione piu' autonoma, efficiente e trasparente di molte aziende di credito private (Calvi, Sindona, Caprioglio, etc.); esistono estese zone d'ombra circa le modalita' di realizzazione di tale manovra, che muta profondamente la fisionomia economica del nostro paese, circa la rigorosa correttezza del rispetto delle procedure perche' si evitino ogni discrezionalita' valutativa ed ogni collusione clientelare, anche alla luce delle esperienze precedenti (cessione dell'Alfa alla Fiat, cessione del Banco di Roma e del Banco di Santo Spirito alla Cassa di Risparmio di Roma); lo stesso "libro verde" e' stato commissionato da due banche che sono parti in causa, in concorrenza con altre, nel processo di privatizzazione (IMI e Mediobanca); il Ministro del tesoro, ex Presidente, ed ancora dipendente del Credito Italiano, dovrebbe avere l'incarico di procedere alla dismissione della propria banca; sono state avviate numerose indagini giudiziarie sulla fuga di notizie dal Ministero, fuga che ha costretto la CONSOB a sospendere la quotazione della SME, e sono state iniziate, per motivi analoghi, indagini della Guardia di Finanza su IRI, ENI e INA; gli scorpori di societa' nell'ambito della liquidazione dell'EFIM, sono stati esplicitamente esclusi dal controllo dell'Antitrust, sollevando le rimostranze del Garante, e con conseguenze in termini di trasparenza facili da immaginare; impegna il Governo: 1) a presentare entro 90 giorni al Parlamento un programma di politica industriale e di sviluppo a medio termine con una strategia di integrazione del nostro sistema economico capace di rafforzare il posizionamento della nostra economia sul piano internazionale con scelta di settori, strategie di espansione e di leadership e controllo dei mercati, definizione dei mezzi finanziari al fine di rimediare alla debolezza strutturale della nostra economia produttiva, di riconquistare spazi di competitivita'; 2) a considerare strategici i settori che hanno effetti rilevanti e permanenti sull'apparato produttivo e dei servizi, sul sistema economico nazionale, sulla bilancia commerciale (energia, chimica, agroalimentare, tecnologia, reti, servizi finanziari), sulla capacita' di innovazione e l'acquisizione di quote di mercato; 3) a considerare centrale in tale piano la difesa e lo sviluppo dell'occupazione anche attraverso specifiche politiche di reindustrializzazione; 4) a prevedere il reperimento di nuove risorse per la crescita dimensionale delle imprese; 5) a realizzare un adeguato programma per lo sviluppo e la riqualificazione delle presenze produttive nel Mezzogiorno, e sottoporlo al Parlamento entro 120 giorni; 6) a destinare gli introiti alle necessita' di ricapitalizzazione delle aziende sotto controllo pubblico nei settori considerati strategici ed alla creazione di una "Cassa per il Lavoro" e la reindustrializzazione nei territori piu' deboli e nei settori piu' rilevanti garantendo inoltre l'estensione della possibilita' di utilizzare gli ammortizzatori sociali previsti dalla legge n. 223 del 1991 che deve essere peraltro ampiamente modificata anche a causa dell'acuirsi della crisi occupazionale; 7) a procedere alle operazioni di dismissioni garantendo la massima trasparenza anche per i risparmiatori, prevedendo un'offerta pubblica di vendita, dopo aver definito il progetto settoriale e garantito un "nucleo duro" di acquirenti; 8) a revocare con decorrenza immediata tutti gli incarichi ai dirigenti delle Partecipazioni Statali risultati inefficienti e con scarse capacita' manageriali; 9) a presentare, oltre quanto previsto dal punto 7, relazioni periodiche sull'attuazione del piano di riordino alle competenti Commissioni parlamentari. (1-00118)