Documenti ed Atti
XII Legislatura della repubblica italiana
RISOLUZIONE IN ASSEMBLEA 6/00006 presentata da ANDREATTA BENIAMINO (PART.POP.ITAL.) in data 19940803
La Camera, premesso che negli ultimi tre mesi la situazione della finanza pubblica ha subi'to un serio peggioramento a causa: a) di un aumento dei tassi di interesse, maggiore di quello degli altri paesi europei, che e' la conseguenza della percezione diffusa nel pubblico all'interno e all'estero di uno scarso impegno del nuovo Governo nel controllo della finanza pubblica; b) dell'allentamento dei comportamenti dei contribuenti verso il fisco prodotto dalle promesse elettorali della maggioranza; c) dell'approvazione di leggi senza una corretta quantificazione dalla copertura degli oneri; d) del rifiuto di effettuare la correzione degli scostamenti registrati nella gestione del bilancio dell'anno in corso rispetto agli obiettivi con provvedimenti permanenti e non ad effetto una tantum; premesso altresi' che ci troviamo di fronte all'intreccio di tre problemi che presentano implicazioni particolarmente serie per la situazione della finanza pubblica e precisamente: a) l'interruzione di fatto del processo di risanamento finanziario avviato dai due precedenti governi, dato che nessun serio provvedimento in proposito e' stato ancora proposto dall'attuale Governo; b) l'annuncio di provvedimenti in chiara contraddizione con l'obiettivo di risanamento della finanza pubblica e comunque ispirati a finalita' prevalentemente demagogiche, come il decreto relativo alla restituzione della tassa sul medico di famiglia, che comporta solo danni per la finanza pubblica e vantaggi modestissimi per il contribuente; c) la totale mancanza di risposte adeguate e convincenti ai nuovi problemi emersi nel frattempo, come quelli conseguenti alla sentenza della Corte costituzionale sulla integrazione delle pensioni minime; rilevato che i mercati hanno dato giudizi severi sulla inadeguatezza della politica economica e monetaria dell'attuale Governo, giudizi ampiamente riscontrabili dall'andamento del tasso di cambio della lira (nonostante la piu' che favorevole situazione della bilancia commerciale, indice quindi di una pesante sfiducia che si traduce in una notevole fuoriuscita di capitali) e dei tassi di interesse che vedono un costante aumento del premio pagato per il "rischio Italia" rispetto all'andamento medio dei tassi internazionali; constatato che ancora una volta il documento di programmazione economica e finaziaria presenta una spiccata preferenza per l'aritmetica ed elude l'obbligo di fornire informazioni essenziali per un giudizio politico-economico e che in particolare la manovra e' illustrata soltanto attraverso pochi elementi relativi alla distribuzione per grandi settori delle misure di contenimento, senza alcuna specifica informazione sugli strumenti che si intendono applicare; ritenendo che la legge finanziaria e provvedimenti di accompagnamento debbano contenere una rilevante operazione di aggiustamento della finanza pubblica con effetto non solo sul 1995, ma permanente, tale manovra deve essere di facile leggibilita' e non deve contenere elementi ambigui e controversi in modo che i mercati possano convincersi della volonta' di questo Governo di allinearsi alla determinazione con cui i due precedenti Governi hanno affrontato i problemi della finanza pubblica. Infatti, la manovra proposta risulta non solo avere contenuti assai vaghi ed incerti, ma essere altresi' caratterizzata da un approccio troppo gradualistico in termini di sentiero di rientro. Cio' rischia nella migliore delle ipotesi di avere un impatto troppo modesto sulle aspettative, mentre comporta il rischio di un effetto boomerang, a causa della scarsa credibilita' complessiva della manovra. Gia' le cifre proposte indicano un avvicinamento troppo lento e titubante agli obiettivi europei, con il rischio - per i motivi sopra enunciati - di non riuscire neppure ad invertire le attuali tendenze discostanti. Tale scostamento dagli obiettivi di Maastricht allontanerebbe definitivamente l'Italia dal gruppo dei paesi trainanti il processo di unificazione europea, con il serio rischio per il nosro sistema economico, finanziario e produttivo di una ulteriore e definitiva marginalizzazione. I sacrifici che il Governo non vuole proporre oggi per tentare goffamente di tenere fede ad insensate promesse elettorali, ricadrebbero in termini piu' gravosi e pesanti proprio su quelle nuove generazioni cui a parole si vuole prospettare invece un futuro migliore. La ripresa ciclica in corso e la modifica permanente della competitivita' dell'economia italiana rispetto all'estero inducono a ritenere superflue nuove misure dirette al sistegno della produzione e dell'occupazione, mentre il solo modo di favorire la crescita e' quello di allentare il vincolo del bilancio pubblico, permettendo in questo modo una riduzione dei tassi di interesse e un generale allentamento della percezione di rischio insito nell'economia italiana. Alla luce delle considerazioni svolte, paiono assai ottimistiche e purtroppo con scarso fondamento le principali variabili macroeconomiche di riferimento (pag. 23 del Doc. LVII, n. 1) soprattutto per quanto riguarda la crescita del PIL in termini reali e l'andamento del tasso di inflazione. Infatti, non si vede quale stimolo alla crescita del PIL venga proposto, al di la' di un rozzo affidamento sul ruolo trainante della domanda, soprattutto estera, grazie alla svalutazione. Tuttavia gli effetti negativi di una lira troppo svalutata (a causa di una politica economica troppo poco credibile) si farebbero presto sentire in termini di maggiore inflazione, innescando un circolo vizioso svalutazione-inflazione e ponendo le premesse per rincorse salariali e altre pressioni sul mercato del lavoro, che vanificherebbero i fondamentali positivi risultati degli accordi di luglio 1992 e luglio 1993. Nei fatti e nei provvedimenti sin qui emanati dall'attuale Governo si riscontra una totale mancanza di cultura antinflazionistica, che puo' trovare attuazione solo con un serio processo di risanamento finanziario e con una politica di bilancio rigorosa. L'intervento del Presidente del Consiglio alla Camera, il 2 agosto 1994, non ha prestato alcuna attenzione a tali tematiche e alla chiara enunciazione dei princi'pi di fondo su cui si baserebbe la politica economica e finanziaria del suo Governo. Lo stesso accento posto dalla proposta in materia fiscale sulle imposte indirette sottolinea la scarsa sensibilita' nei confronti del rischio di una ripresa dell'inflazione, anche a prescindere da altre considerazioni relative ad esempio agli effetti regressivi di tale approccio. La mancanza di una seria politica antinflazionistica e' da sottolineare in modo particolarmente negativo dato che la priorita' data alla stabilita' dei prezzi e' il fondamento della politica economica dei piu' importanti paesi europei ed e' chiaramente evidenziata dal trattato di Maastricht, con tutte le necessarie implicazioni, come l'indipendenza della Banca centrale, che pure l'attuale Governo vuole rimettere in discussione. D'altro canto manca qualunque seria riflessione sulle implicazioni derivanti dal nuovo modello di sviluppo europeo proposto dal "libro bianco" di Delors del dicembre 1993. Come e' noto, tale documento di riflessione propone un programma di azione dove lo sviluppo economico e la crescita dell'occupazione sono il risultato di un processo di generale ammodernamento del sistema produttivo e di recupero di competitivita' internazionale che in Europa e' possibile solo tramite una seria e rigorosa politica dell'offerta, basata su un adeguato programma di investimenti in infrastrutture, sull'attivita' di ricerca e sviluppo, sulla valorizzazione delle risorse umane. Tale approccio sembra particolarmente adeguato non solo per il "sistema Italia" nel contesto europeo, ma anche in particolare per le aree piu' svantaggiate del paese, come il Mezzogiorno, nonche' per quelle che stanno attraversando una fase di declino nonche' difficili processi di riconversione e ristrutturazione. Il documento di programmazione economico-finanziaria sembra invece basarsi su facili ed effimere scorciatoie rappresentate da vecchie e superate ricette espansive piuttosto che dare una risposta ai problemi economici e finanziari del paese coerente con l'impostazione di fondo della politica economica dei nostri partners. L'aumento dell'inflazione, ulteriori aumenti dei tassi di interesse con effetti devastanti sul costo del servizio del debito, tensioni sul mercato del lavoro, la spirale svalutazione-inflazione, rappresentano il rischio serio che il paese corre nell'imboccare un sentiero che lo allontana dall'Europa. Gli obiettivi di fabbisogno per il 1995 appaiono plausibili; insufficiente e' invece la riduzione del fabbisogno nei due anni successivi con un rapporto deficit-PIL del 4,75 per cento nel 1997, nettamente superiore agli obiettivi fissati nel trattato di Maastricht; il quadro dovra' essere corretto in modo da azzerare o ridurre al minimo questo scostamento. Questo risultato potra' essere ottenuto con una manovra per il 1997 che abbia la stessa dimensione di quella prevista per il 1996 e cioe' con un'ulteriore riduzione del fabbisogno per il 1997 di 19.000 miliardi, il che porterebbe nell'ultimo triennio a un rapporto debito/PIL nell'ordine del 3,75 per cento. Non sembra inutile preoccuparsi fin d'ora di cio' che accadra' della finanza pubblica fra tre anni, poiche' molti stanziamenti decisi quest'anno si trasformeranno in cassa effettiva soltanto nel 1997, cosi' come eventuali assunzioni di personale o decisioni di effettuare altre spese correnti, potra' prolungare i suoi effetti su tutto l'arco del periodo di programmazione della legge finanziaria. Per quanto invece attiene al bilancio di competenza, il saldo netto da finanziare per il 1995 appare eccessivo: per renderlo compatibile con il fabbisogno previsto per il 1995 la gestione di bilancio dovra' accumulare nel corso del prossimo anno un maggior volume di residui e di giacenza in Tesoreria rispetto a quelli che saranno spesi e che derivano dalle passate gestioni, ovvero si dovra' agire in via amministrativa per limitare l'utilizzo degli stanziamenti e mandare cosi' in economia una parte insolitamente elevata di essi. L'esperienza consiglia di bloccare la spesa a monte controllando nel modo piu' severo la dinamica degli stanziamenti nel bilancio iniziale. In definitiva si ritiene che una dinamica del 5,8 per cento degli stanziamenti relativi delle spese correnti al netto degli interessi e del 7,5 per cento degli stanziamenti in conto capitale appare eccessiva e deve essere sostituita con una crescita rispettivamente del 4 e del 5 per cento con limite superiore accettabile per la crescita dei due aggregati e compatibile con l'obiettivo di un fabbisogno di 138.600 miliardi. Di conseguenza il saldo netto da finanziare dovra' collocarsi a un valore inferiore di circa 10.000 miliardi rispetto ai 156.800 del bilancio programmatico dello Stato per il 1995. Per gli anni successivi la riduzione dovra' raddoppiarsi con un saldo netto inferiore di 20.000 miliardi sia nel 1996, sia nel 1997. La legge finanziaria dovra' contenere la norma che vieta l'utilizzo delle economie negli stanziamenti per interessi nonche' le eventuali maggiori entrate per finanziare nuove spese ovvero maggiori spese che dovessero emergere nel bilancio di assestamento. Le economie e le maggiori entrate dovranno essere utilizzate per la riduzione del saldo netto da finanziare. Oltre il 60 per cento della riduzione delle spese e' concentrata nel settore previdenziale e sanitario; il 15-20 per cento riguarda i trasferimenti alle imprese e all'estero, soltanto per il 15-20 per cento tale riduzione proviene da economie di gestione dell'Amministrazione. Oltre il 70 per cento delle entrate e' rappresentato da entrate una tantum che imporranno nell'anno prossimo un impegno politico assai gravoso, sia per rinvenire nuova materia imponibile permanente per sostituire le entrate del 1995 che vanno ad esaurimento, sia per realizzare ulteriore incremento di entrate previsto nel documento di programmazione economico-finanziaria 1996. Per quanto riguarda le spese previdenziali, si deve rilevare che un ulteriore allungamento dell'eta' pensionabile oltre i 62 anni che in base alla legislazione vigente, scattera' nel 1995, non produrra' effetti per l'anno prossimo, ma soltanto negli esercizi successivi. La scarsita' delle informazioni impedisce dunque di apprezzare il realismo dei numeri contenuti nel DPEF. Si esprime in ogni caso la contrarieta' a provvedimenti che violino i diritti di coloro che gia' sono in pensione e che fidandosi delle leggi hanno gia' effettuato la distribuzione del loro reddito tra consumi e risparmi in base alla ragionevole ipotesi che non vengono cambiati i meccanismi delle erogazioni pensionistiche. Per quanto riguarda invece le entrate addizionali, non solo, come si e' detto, esse hanno carattere una tantum, ma il loro ammontare e' di difficile previsione. Si suggerisce pertanto che con la legge finanziaria o con i provvedimenti di accompagnamento si autorizzi il Governo ad attivare con semplice provvedimento amministrativo incrementi di aliquote su tributi esistenti ove nel corso dell'anno il gettito delle entrate straordinarie dovesse rilevarsi insufficiente; impegna il Governo, sulla possibilita' di incidere piu' sostanzialmente sullo Stato-amministrazione che puo' essere perseguita: a) attraverso un'effettiva mancata sostituzione del turn-over che si accompagna a mobilita' nei diversi uffici dell'amministrazione e che utilizzi seriamente le norme relative alla soppressione dei posti in organico. L'obiettivo di ridurre il personale della pubblica amministrazione ai livelli dei primi anni '80 nell'arco di un periodo di tre-cinque anni non appare irrealistico, tenuto conto delle innovazioni che si sono nel frattempo accumulate per rendere piu' produttivo il lavoro di ufficio e di una generale semplificazione e riduzione degli interventi nell'amministrazione; b) attraverso prezzi di acquisto e di appalto piu' contenuti da ottenere con il ripristino della normativa prevista con la legge Merloni con procedure di acquisto piu' trasparenti e con la riduzione dei tempi di pagamento; c) attraverso la realizzazione degli statuti regionali mediante il pieno trasferimento di competenze alle regioni a statuto speciale si dovrebbero eliminare sacche di finanziamento delle medesime in eccesso rispetto alle necessita' di finanziare le loro funzioni istituzionali; d) attraverso una profonda ristrutturazione industriale e la privatizzazione di parti di aziende, pesanti trasferimenti a favore delle Ferrovie dello Stato, delle Poste e telecomunicazioni e dei trasporti locali che si aggirano sui 30.000 miliardi, potrebbero essere riportati a livelli piu' prossimi a quelli degli altri paesi europei. Dovra' anche essere valutata la possibilita' di un'ulteriore riduzione degli stanziamenti per trasferimenti alle imprese. Nel campo tributario potra' essere eliminata con vantaggi per il gettito IRPEG l'anomalia per cui nel valore degli immobili si include anche il valore delle aree ai fini del calcolo degli ammortamenti. Nella complessa gestione della finanza pubblica del prossimo anno si dovra' evitare che si produca un ciclo politico della spesa in occasione delle elezioni regionali ed amministrative. Mai come nell'attuale congiuntura l'assoluta priorita' della politica economica e' rappresentata da una decisa riduzione del deficit pubblico. Nella restante parte degli anni '90 vi e' l'occasione per una crescita stabile, sostenuta prima dalle esportazioni e poi dagli investimenti produttivi; questa crescita fornira' l'ambiente piu' favorevole anche per lo sviluppo delle regioni meridionali. Ritardi per operare i tagli possono agire negativamente sull'economia sia per gli sviluppi da essi innescati nei mercati finanziari e monetari, che in mancanza di fiducia nella capacita' del Governo di controllare il bilancio possono creare crisi nei corsi dei titoli di Stato, nel cambio, nei tassi di interesse, sia per un'eccessiva crescita dei consumi che puo' riassorbire per una quota elevata il saldo positivo della bilancia corrente con l'estero. (6-00006)