Documenti ed Atti
XIII Legislatura della repubblica italiana
INTERPELLANZA 2/00922 presentata da PITTELLA GIOVANNI SAVERIO (DEMOCRATICI DI SINISTRA - L'ULIVO) in data 19980218
I sottoscritti chiedono di interpellare il Ministro del tesoro, del bilancio e della programmazione economica, per sapere - premesso che: la Commissione europea ha assegnato all'Italia nel periodo 1994-1999 risorse per promuovere lo sviluppo nelle aree depresse (Mezzogiorno ed aree agricole ed industriali in difficolta' del centro nord) 42.000 miliardi, ai quali si aggiungono oltre 30.000 miliardi di finanziamenti nazionali e quasi 30.000 miliardi di interventi privati; praticamente ogni mese l'Italia potrebbe spendere piu' di 1.000 miliardi per sostenere gli investimenti e la crescita economica, creare occupazione, promuovere formazione e migliorare il mercato del lavoro in territori dove vive una popolazione pari a quasi 30 milioni di persone; tuttavia, nonostante le risorse impegnate e la popolazione coinvolta e nonostante il prezioso lavoro svolto dal Ministero del tesoro, del bilancio e della programmazione economica e da alcune regioni meridionali, la questione dei Fondi europei fatica a diventare elemento di attenzione sia a livello politico che di opinione pubblica. Se ne e' parlato per denunciare i nostri ritardi nella spesa (a fine 1997 saremo probabilmente alla percentuale del 38 per cento che gli altri paesi hanno raggiunto un anno fa). Se ne parla pochissimo per quanto riguarda la riforma dei Fondi, che e' attualmente in discussione. Essa entrera' a regime nell'anno 2000 e puo' avere conseguenze gravi per il nostro paese; attualmente il 48 per cento della popolazione nazionale e' interessata dagli stanziamenti europei. La percentuale si dovrebbe abbassare al 41 per cento per cui circa 5 milioni di uomini e donne si troverebbero esclusi da interventi per lo sviluppo; molte regioni del Sud non avrebbero piu' diritto al massimo delle agevolazioni per combattere disoccupazione e ritardi nella crescita economica. E' gia' successo all'Abruzzo ed al Molise e precedentemente ad altre province ex Casmez, potrebbe succedere a Puglia, Sardegna, Basilicata; le risorse assegnate all'Italia potrebbero diminuire di 6-7 mila miliardi perche' si dovra' finanziare l'avvio del processo di allargamento all'Est dell'Unione; per di piu' se passasse la clausola della riserva del 10 per cento a danno dei paesi piu' inefficienti nella spesa l'Italia potrebbe perdere 3-4 mila miliardi. Si tratta, come si puo' vedere, di cifre pari ad una manovra finanziaria; non basta: se i progetti per le aree in crisi industriale ed agricola dovessero sommarsi nello stesso obiettivo e con le stesse risorse a quelli di intervento nelle periferie urbane si creerebbe un conflitto tra le grandi citta' e regioni; basta questo per dire come sia necessario per contrattare la riforma a livello europeo che l'Italia definisca una sua proposta nazionale e mobiliti a suo sostegno una consapevole opinione pubblica; l'Italia si presenta all'appuntamento della riforma dei fondi strutturali, con accentuati differenziali di sviluppo del suo interno, con condizioni socio-economiche della gran parte delle aree del Mezzogiorno molto distanti da quelle che caratterizzano le aree piu' sviluppate del paese; il Mezzogiorno e' ancora in una posizione di effettiva perifericita' rispetto al motore dello sviluppo e al centro dell'Unione: le regioni meridionali hanno dovuto registrare il divario di sviluppo con il resto del paese e un tasso di concentrazione strutturale della disoccupazione tra i piu' elevati d'Europa; il ritardo di sviluppo in Italia, come in altri Stati membri, ha molte cause e si manifesta in modi differenti: in questi anni si e' potuto verificare che un indicatore di ricchezza economica, quale il Pil pro-capite, non basta a rappresentare il grado di sviluppo di un'area, ma e' necessario considerare anche altri indicatori; un ruolo di rilievo, connesso alla complessita' delle problematiche del ritardo di sviluppo, e' svolto dal tasso di disoccupazione; un livello medio di sviluppo regionale puo' celare situazioni di ritardo e di crisi chiaramente localizzate in determinati territori, per le quali i governi nazionali hanno e avranno bisogno ancora nei prossimi anni delle risorse e dell'impegno aggiuntivi da parte dell'Unione europea; considerando gli elevati tassi di disoccupazione che ancora contraddistinguono le aree depresse in Italia e in Europa, non puo' essere accettata una riforma dei Fondi strutturali che non attribuisca loro un ruolo importante nella lotta alla disoccupazione: questo principio deve permeare tutto il lavoro volto ad individuare i criteri di eleggibilita' e i criteri di ripartizione delle risorse; prendere in considerazione il solo Pil, senza la disoccupazione, significhera' evidentemente puntare ad un indicatore non veritiero di uno sviluppo ordinato e stabile; per quanto riguarda i criteri di eleggibilita' delle aree dell'obiettivo 1, dunque la posizione negoziale italiana deve partire da cio' che ormai deve essere ritenuto definitivamente stabilito a livello comunitario (75 per cento del Pil espresso in Ppa pro-capite medio europeo) e proporne una integrazione con riferimento ai problemi del mercato del lavoro e alle dotazioni infrastrutturali dei singoli territori; inoltre sarebbe auspicabile che i sistemi statistici di tutti i membri dell'Unione europea siano tali da produrre statistiche ufficiali in tempi utili per impostare la programmazione delle politiche di coesione, guardando alle situazioni reali, e con un adeguato livello di dettaglio sul piano territoriale; quanto alla richiesta di adesione di alcuni paesi dell'Est europeo di entrare a far parte dell'Unione europea e pur riconoscendo l'orientamento favorevole che a tal riguardo la Commissione va assumendo, la posizione italiana nei confronti dell'allargamento deve essere piu' articolata, in considerazione dei ritardi di sviluppo troppo accentuati che tali Paesi presentano non solo rispetto a livelli medi di sviluppo comunitari, ma anche rispetto alle aree piu' in ritardo di sviluppo nell'Unione europea; ai fini della coesione economica e sociale dell'Unione, si ritiene opportuno che i paesi interessati dall'allargamento, nel momento in cui venga valutata positivamente la loro candidatura, entrino a far parte dapprima dello spazio economico europeo, godendo di una sorta di regime transitorio di aiuto, che veicoli tali paesi verso l'ingresso nell'Unione a partire da un periodo successivo, che puo' essere la seconda parte del periodo 2000-2006 oppure il periodo di programmazione dei fondi strutturali che seguira' al prossimo; uno sbilanciamento eccessivo dell'Unione europea sull'asse Est-Ovest, peraltro, senza un riequilibrio lungo l'asse Nord-Sud sposterebbe il baricentro politico dell'Unione europea, mentre proprio questo equilibrio va salvaguardato, in considerazione delle pressioni e delle crisi che si registrano frequentemente ai confini dell'Unione, nei paesi dell'Est e nei Paesi sottosviluppati a Sud; risulta a tal riguardo, strategico che l'Unione europea - nello stesso momento in cui si apre ai paesi dell'Est - mantenga e rafforzi la sua presenza nel Mediterraneo, con interventi specifici di sostegno delle economie dei Paesi membri che vi si affacciano, finalizzati a sviluppare i rapporti economici, commerciali e culturali con i paesi mediterranei e a perseguire l'equilibrio dei rapporti tra gli Stati membri e con i paesi extracomunitari; questa strategia potrebbe essere perseguita potenziando il Meda, oppure con un'apposita sezione assegnata alla Bei, oppure riservando risorse finanziarie - di ammontare pari almeno alla meta' di quanto destinato all'apertura verso i paesi dell'Est - per un programma ad hoc; quanto all'organizzazione dei Fondi, cosi' come delineata dalla Commissione Ue, (riduzione degli obiettivi da 7 a 3), tale scelta sembra essere il risultato di un'operazione di semplice razionalizzazione di problematiche cui corrispondono gli obiettivi dei Fondi strutturali in corso di attuazione; in particolare: a) l'obiettivo 1 viene a comprendere, oltre alle regioni in ritardo strutturale e ultraperiferiche (attuale obiettivo 1) anche le regioni scarsamente popolate (attuale obiettivo 6); b) l'obiettivo 2, configurandosi come sommatoria di sotto-obiettivi (gli attuali obiettivi 2, 5b,) e di problematiche coperte con programmi di iniziativa comunitaria (Urban e Pesca), si presenta come un contenitore entro cui le priorita' comunitarie risultano ancora indefinite. Questa articolazione dell'obiettivo 2 rivela la difficolta' politica nell'avanzare proposte di riforma di effettiva concentrazione a fronte di pressioni dei diversi Stati a beneficiare di qualche titolo della politica regionale comunitaria; c) l'obiettivo 3 dedicato alle risorse umane, intervenendo finanziariamente solo nelle regioni non coperte dagli obiettivi 1 e 2, viene assunto come ambito di raccordo tra la politica strutturale e la strategia europea per l'occupazione entro cui saranno ricompresi gli interventi attivati con gli attuali obiettivi 3 e 4; quanto infine al sistema di gestione dei Fondi, occorre puntare sui seguenti criteri: a) massimo decentramento; b) responsabilita' della gestione ricondotta agli Stati membri; c) superamento dell'attuale diversita' di approcci, regole e procedure dei diversi fondi; d) maggiore flessibilita' della programmazione, prevedendo un piu' fluido meccanismo di riprogrammazione e rafforzando il ruolo della valutazione; e) soppressione della riserva cosi' come delineata dalla Commissione: un meccanismo di riserva potrebbe essere auspicabile se gestito in ambito nazionale e finalizzato a creare condizioni di flessibilita' nell'allocazione delle risorse nonche' ad attivare forme efficaci di assistenza tecnica alle realta' piu' svantaggiate -: se il Governo condivida le considerazioni e le proposte esposte e se intenda portarle avanti nell'ambito del confronto con la Commissione dell'Unione europea. (2-00922)