Documenti ed Atti
XIII Legislatura della repubblica italiana
RISOLUZIONE IN ASSEMBLEA 6/00041 presentata da COMINO DOMENICO (LEGA NORD PER L'INDIPENDENZA DELLA PADANIA) in data 19980512
La Camera, esaminato il documento di programmazione economica e finanziaria per il triennio 1999-2001; considerato che il DPEF e' lo strumento che indica gli obiettivi del Governo e la situazione del Paese anche rispetto agli indirizzi imposti dal trattato di Maastricht, oltre che testimonianza del rigore e della serieta' con cui il Governo italiano intende agire per migliorare l'assetto socio-economico del Paese e per garantire nel medio termine il raggiungimento dell'equilibrio della finanza pubblica; considerato che l'ammissione dell'Italia all'Unione monetaria e' stata soltanto una decisione di mera opportunita' politica, in quanto il risanamento della finanza pubblica nonche' la diminuzione del rapporto "fabbisogno/Pil" dal 6,7 per cento del 1996 al 2,7 per cento del 1997, cosi' come richiesto dal Trattato di Maastricht, non derivano da misure finanziarie di carattere strutturale; preso atto che i 4 punti percentuali di diminuzione del rapporto fabbisogno/Pil sono da attribuirsi: per 2 punti all'aumento delle tasse che ha condotto all'inasprimento della pressione fiscale, divenuta di gran lunga la piu' alta dell'Unione europea, in quanto i dati ufficiali riportati nel DPEF non tengono conto dell'effetto sul PIL e sulla misura della pressione fiscale dell'economia sommersa e dell'eva-sione fiscale; per 1 punto alla diminuzione dei tassi di interesse, peraltro diminuiti in tutto il mondo; per 0,6 punti alle riclassificazioni contabili di alcune poste di bilancio, secondo criteri concordati con l' Eurostat, che hanno migliorato l'indebitamento netto della pubblica amministrazione. Detto miglioramento e' di tipo contabile, non sostanziale ed una tantum e dunque non imputabile ad una riduzione e a un contenimento della spesa pubblica; per 0,4 punti al rinvio di spese negli anni futuri, al netto delle nuove spese approvate dal Parlamento (Banco di Napoli, Sicilcassa, ecc.); considerato che il rinvio delle spese ha contribuito a generare una lievitazione dei residui passivi che hanno raggiunto nel 1997 l'ammontare di 256 mila miliardi e che rispetto all'anno precedente sono aumentati di circa 100 mila miliardi: tali residui incideranno negativamente sul rispetto del parametro deficit/Pil e quindi sui conti di finanza pubblica, dato che essi rappresentano somme impegnate e non ancora pagate; considerato che per le imprese, soprattutto piccole e medie, la partecipazione dell'Italia all'Unione monetaria europea, comportera' seri problemi di sopravvivenza nel mercato, in quanto saranno ulteriormente svantaggiate rispetto a quelle europee a causa delle massime trattenute fiscali e contributive; preso atto che questo Governo con le scelte politiche ed economiche fatte, non da ultima l'adesione all 'Unione monetaria, e con il DPEF che la Camera ha all'esame, dimostra ancora una volta di non avere interesse per il settore produttivo delle piccole e medie imprese: infatti nella programmazione per il triennio non e' prevista una seria politica di reale e concreta riduzione della pressione fiscale (cioe' il parametro economico ritenuto fondamentale per il rilancio della produzione), delle trattenute fiscali e contributive e del costo del lavoro; considerato che la pesante tassazione determina trasferimenti allo Stato delle risorse finanziarie fondamentali e necessarie alle aziende per gli investimenti in ricerca, sviluppo, nuove tecnologie, nuovi macchinari, eccetera, in tal modo determinando sicuramente una perdita di competitivita' delle stesse; ritenuto che la perdita di competitivita' delle nostre imprese e' auspicata dai nostri concorrenti europei, e che cio' ha sicuramente influito sull'ammissione dell'Italia al processo di Unione monetaria, nonostante il mancato palese risanamento strutturale nonche' il mancato rispetto del parametro piu' importante, rapporto deficit/Pil, che al 31 dicembre 1997 era di oltre il doppio del massimo consentito. E' stata, dunque, svenduta la competitivita' delle imprese della "Padania" in cambio dell'ingresso nell'Unione monetaria; preso atto che: l'Italia e' un paese che procede a due velocita': il Nord ha un andamento dell'economia e dell'occupazione positivo, mentre il Mezzogiorno presenta una situazione di grave crisi in quanto gli investimenti non riescono a decollare e con essi l'occupazione. Il fatto che i provvedimenti legislativi approvati sgravano le imprese del Mezzogiorno di tutta una serie di oneri fiscali e contributivi e che gli obiettivi del Governo nel triennio 1999-2001 sono orientati a sostegno dell'occupazione e dell'attivita' produttiva nelle aree meno sviluppate, comporta la penalizzazione di tutto il sistema delle medie e piccole imprese del Nord. Allorquando al Nord le imprese non potranno piu' investire, inizieranno drammaticamente a fallire e in quel preciso momento lo Stato non potra' piu' attuare i trasferimenti di ricchezza al Mezzogiorno. Continuare, quindi, a chiudere gli occhi su un'Italia sempre piu' divisa in due, significa rischiare di far crollare la struttura economico-produttiva costituita dalle piccole e medie imprese; e' evidente che per sviluppare l'economia del Mezzogiorno e' necessaria una struttura di costi diversa tra "Padania" e Mezzogiorno: cio', durante le audizioni in Commissione bilancio, e' stato confermato anche dal Governatore della Banca d'Italia, Fazio e dal Commissario dell'Unione europea, Monti. Serve, dunque, una struttura di costi differenziata , perche' siamo in presenza di due economie significativamente diverse. E', quindi, necessario non considerare l'economia italiana unitaria in modo rigido, ma piu' attenta alle peculiarita' delle diverse realta' territoriali; considerato che: l'ammissione all'Unione monetaria e' stata concordata politicamente per evitare che divenissero ancor piu' evidenti le contraddizioni tra un Nord in condizione di partecipare alla moneta unica ed un Sud privo dei requisiti per parteciparvi; l'Italia non avra' un ruolo di rilievo o pari dignita' con gli altri membri dell'Unione monetaria e dovra' subire le decisioni economiche dei suoi vicini, come pure delle imprese degli altri paesi europei, quindi sara' sicuramente degradata ad avere il compito di ausiliaria economica senza forza di partecipare ai processi decisionali; impegna il Governo a correggere le previsioni contenute nel DPEF, evidenziando con chiarezza le pesanti conseguenze che l'ammissione all'Unione monetaria avranno sull'economia, sull'occupazione, sulla tutela del territorio, sui rimborsi dell'Iva e degli altri crediti d'imposta, ed in definitiva sulla competitivita' delle aziende; a proporre al Parlamento la predisposizione di un Trattato di separazione consensuale che permetta: la divisione dell'attuale Repubblica Italia in due Stati :la "Padania", la cui economia e' competitiva, che rimane nell'Unione monetaria e come moneta utilizza l'Euro, e il nuovo "Stato del Mezzogiorno", che successivamente aderira' allo Sme con la sua moneta. Questa sua moneta riflettera' la situazione della sua economia, senza essere influenzata dalla situazione dell'economia della Padania. Quindi sara' una moneta fortemente competitiva rispetto all'Euro; l'allocazione del debito pubblico della Repubblica italiana ai due nuovi Stati su base capitaria; al nuovo Stato del Mezzogiorno, essendo dotato anche di maggior responsabilita', di essere in grado di attirare investimenti dalla "Repubblica Federale Padana" e da altri paesi d'Europa e del mondo, di attirare maggiori flussi di turismo e di aumentare le sue esportazioni, sia di prodotti agricoli che di prodotti industriali. Insomma di risanare la sua economia e combattere disoccupazione e malavita. (6-00041).