Documenti ed Atti
XIII Legislatura della repubblica italiana
INTERROGAZIONE A RISPOSTA IN COMMISSIONE 5/05905 presentata da COSTA RAFFAELE (FORZA ITALIA) in data 19990303
Al Ministro di grazia e giustizia. - Per sapere - premesso che: l'11 maggio 1998 atterrarono a Linate, provenienti da Nairobi via Cairo, la signora Salim Fatma - detta Sharifa - di anni 40 e suo cugino Mohamed Atas di 48 anni, portando due bambini: Amina, bambina di 12 anni (nipote di Sharifa), ed il figlio di Sharifa, Abdul, di soli 10 anni. Amina e' stata affidata a Sharifa poiche' rimasta orfana: la donna e' diventata a tutti gli effetti la sua vera madre. All'aeroporto la polizia visiona il passaporto di Sharifa: nota che i nomi dei bambini non sono stati apposti nella pagina giusta del passaporto e, per giunta, il passaporto e' reputato falso; quindi procedono all'arresto sia di Sharifa che di Atas. Provvedono a prendere in consegna i bambini senza dire ai congiunti ove intendano portarli. Del fermo viene interessato il pubblico ministero di Milano dottor Ilda Boccassini che, da una ricognizione sommaria degli averi dei fermati, deduce che potrebbe trattarsi di commercianti di minori, comunque di gente che trasporta minori senza averne la paternita'. I bambini vengono rinchiusi in un istituto di suore a Monza, mentre Sharifa ed Atas nelle carceri rispettivamente femminile e maschile. L'accusa formulata nei riguardi dei due e' tratta di minori: di logica conseguenza vengono portate avanti tutte le misure previste per i mercanti di schiavi. Il 17 settembre il tribunale annulla l'accusa poiche' generica e non supportata da prove: ma la custodia cautelare e' confermata dal gip Francesca Manca. Quindi non si provvede alla scarcerazione dei due. Il 13 novembre 1998 esce dal carcere Sharifa, ma solo per decorrenza dei termini di carcerazione; stessa sorte e' toccata ad Atas. E questo nonostante le testimonianze dei parenti degli arrestati ed il test del Dna; quest'ultimo ha confermato, in data 29 dicembre, che Abdul e' figlio di Sharifa. Alla donna e' tuttora negato il permesso di vedere i bambini che, da fonti giornalistiche, risulta soffrano la loro situazione: infatti non parlando l'italiano ed esprimendosi a gesti non riescono a comunicare i loro effettivi bisogni alle operatrici dell'istituto modenese. A quanto pare, l'assenza di documenti probanti il legame di parentela non solo non permette la restituzione dei bambini ma impedisca di fatto, che Sharifa possa riottenere il danaro e gli effetti che la polizia le ha sequestrato all'aeroporto. Infatti, qualche giorno fa i giudici hanno finalmente dissequestrato i quattro milioni di lire che le erano stati trovati addosso l'11 maggio a Linate, ma, quando Sharifa e' andata alle Poste di piazza Cordusio - a Milano - per recuperare il danaro, le e' stato chiesto un documento, ella ha esibito il permesso di soggiorno per i rifugiati politici, ricevendo risposta negativa alla sua richiesta. Infatti la legge parla chiaro: ci vuole un documento d'identita'. Sharifa non puo' nemmeno dimostrare che quel danaro e' suo. Infatti il suo passaporto e' stato giudicato falso dalla magistratura e la donna non e' in possesso d'alcun documento d'identita' (in Somalia giacche' c'e' la guerra e' stato interrotto ogni servizio anagrafico), dunque Sharifa non puo' dimostrare quanto dichiara ed il passaporto che aveva al momento del suo arresto era keniota -: quali siano le sue valutazioni sulla vicenda e se non ritenga opportuno un proprio intervento diretto, teso a favorire una rapida restituzione degli averi alla donna somala, nonche' un'iniziativa diretta a favorire la celere definizione della questione dei minori; se intende esercitare il proprio potere di attivazione del procedimento disciplinare in relazione al comportamento, secondo l'interrogante a dir poco sonnolento ed insensibile ai valori umani, della dottoressa Ilda Boccassini giudice cui era stata affidata la causa penale nei confronti della Sharifa e di Atas. (5-05905)