Documenti ed Atti
XIII Legislatura della repubblica italiana
INTERROGAZIONE A RISPOSTA IMMEDIATA IN ASSEMBLEA 3RI/05012 presentata da CAPARINI DAVIDE CARLO (LEGA FORZA NORD PER L'INDIPENDENZA DELLA PADANIA) in data 20000201
Al Ministro della giustizia. - Per sapere - premesso che: nel maxi-processo 'countdown', promosso dall'antimafia di Milano contro la piu' pericolosa federazione delle mafie del Nord, degli 80 boss arrestati nel 1994, oggi resta in carcere solo chi e' detenuto per altra causa. Perfino i 31 ergastoli inflitti nell'aprile del 1998 non hanno piu' effetti in quanto il processo d'appello che avrebbe dovuto chiudersi entro 21 mesi non ha mai avuto inizio. Il bilancio e' desolante: sono stati revocati 53 arresti, scarcerati 21 condannati e liberati 11 ergastolani; sono tornati in liberta' personaggi violentissimi e feroci: gente come Antonio Schettini, 43 anni, capobastone della 'ndrangheta a Milano, killer e narcotrafficante, ha confessato 59 omicidi, e' stato condannato a 30 anni per 14 delitti gia' giudicati in primo grado, tra i quali il piu' emblematico del personaggio e' quello di un educatore carcerario, 'Mi dissero al telefonino: 'devi ammazzare quello', gli ho sparato in moto senza sapere il perche'' (Corriere della Sera, 17 gennaio 2000), o come Rocco Ferrara e Carmelo Fazio, esponenti di spicco dei catanesi; il presidente dell'Unione delle camere penali, Giuseppe Frigo, ha dichiarato che: 'in questa vicenda ci sono responsabilita' che potrebbero essere addirittura penali' (La Repubblica, 17 gennaio 2000); 'una sconfitta dello Stato', parola del pubblico ministero Marco Alma (Corriere della Sera, 17 gennaio 2000) che ha paventato la possibilita' di una nuova guerra di mafia a Milano; altri motivi di inquietudine li esplicita il consigliere del Consiglio superiore della magistratura Armando Spataro che assicura 'torneranno a delinquere ancora' (La Repubblica, 17 gennaio 2000); 'non serve illudersi, c'e' anzi da aspettarsi di peggio' (ha dichiarato il capo della procura di Milano D'Ambrosio a Il Messaggero del 17 gennaio 2000), sottolineando l'incapacita' delle strutture giudiziarie a reggere il peso di processi tanto complessi (dove si riflette la molteplicita' delle organizzazioni di mafia) secondo i tempi prefissati dalla legge; in quale punto del sistema giudiziario sia avvenuto l'intoppo che ha restituito la liberta' ai boss e' evidente: per scrivere e depositare la sentenza di condanna i giudici di primo grado hanno impiegato un anno e quattro mesi, mentre per istruire l'intero processo era stato sufficiente poco piu' di un anno; ci si chiede se ci saranno le opportune indagini per capire come sia potuto accadere un fatto talmente grave e quali le responsabilita' di coloro che hanno sottovalutato il particolare periodo in cui e' nato il processo alla federazione delle mafie del nord, nel quale sono stati emessi 3.500 ordini di custodia cautelare che si sono tradotti in altrettanti processi, che 'sono scaricati quasi contemporaneamente su un tribunale d'appello che comunque soffre di gravi carenze d'organico' (come dichiarato dal capo della procura di Milano D'Ambrosio a Il Messaggero del 17 gennaio 2000), per cui era facilmente prevedibile questo ingorgo; ci si chiede perche' non e' stato pianificato tale evento e cosa si intenda fare per il futuro; ci si deve domandare quali misure abbia adottato la Corte d'appello perche' sia garantito un rigoroso controllo delle persone scarcerate; lamentato che i termini della custodia cautelare tra il primo e il secondo grado di giudizio sono troppo stretti, ci si deve chiedere cosa il Governo intenda fare, considerato che la legge, approvata al Senato con larghi consensi, alla Camera si e' arenata -: quali misure intenda adottare per impedire la fuga di imputati di gravi reati in pendenza dei processi, anche con un irrigidimento delle procedure cautelari nei confronti degli imputati, soprattutto di certi imputati, scarcerati per decorrenza dei termini e con l'utilizzo del braccialetto elettronico quale strumento di controllo a distanza degli imputati scarcerati, ancorche' gia' condannati per gravi delitti in primo grado. (3-05012)