Documenti ed Atti
XV Legislatura della repubblica italiana
INTERROGAZIONE A RISPOSTA SCRITTA 4/00082 presentata da MALABARBA LUIGI (RIFONDAZIONE COMUNISTA - SINISTRA EUROPEA) in data 13/06/2006
Atto Senato Interrogazione a risposta scritta 4-00082 presentata da LUIGI MALABARBA martedì 13 giugno 2006 nella seduta n.008 MALABARBA - Al Ministro della difesa - Premesso che nel corso dei lavori della Commissione di indagine sull'uranio impoverito è stata avanzata l'ipotesi che i casi di malattia e morte (la cui causa è sovente attribuita alla contaminazione da uranio impoverito) dovrebbero invece attribuirsi alla somministrazione dei vaccini (e, in particolare, da una parte alla pericolosità intrinseca dei vaccini stessi e, dall'altra, alla possibilità di somministrazione in dosi massicce, in contrasto con la normativa esistente che prevede uno scaglionamento nel tempo), si chiede di sapere: quali indagini siano state svolte in ambito sanitario circa la eventuale pericolosità, per la salute, dei vaccini somministrati ai militari che si recano all'estero e se sia stato escluso in modo inequivocabile, prima di impiegare tali vaccini e le relative modalità di somministrazione, che questi sono da considerarsi innocui; nel caso si attribuisca la causa di tumori ai vaccini (così come di gravi patologie neurologiche e di malformazioni alla nascita), se siano state formulate ipotesi sul perché simili patologie possano essere state riscontrate in tantissimi civili nelle zone colpite da uranio impoverito (visto che ai civili i vaccini non sono stati somministrati) e nei militari e civili operanti presso i poligoni in Italia. (4-00082)
Atto Senato Risposta scritta pubblicata nel fascicolo n. 016 all'Interrogazione 4-00082
presentata da MALABARBA Risposta.
La Difesa, in ordine alla delicata e complessa tematica dell'uranio
impoverito (U.I.), si è adoperata e tuttora si adopera
nel perseguire verità scientifiche sia con ricerche dirette sia
acquisendo i risultati conseguiti da altre Istituzioni qualificate. Fin da quando
è emersa per la prima volta, in anni recenti, la questione della
paventata pericolosità dell'U.I, la Difesa ha intrapreso molteplici
iniziative, destinando al problema massima e costante attenzione nonché
considerevoli risorse. L'insorgenza
di neoplasie su militari e civili di diversa nazionalità impiegati
nei teatri di guerra, ha indotto i Governi e gli studiosi ad impegnarsi
sia per accertare un eventuale nesso di causalità tra le patologie
evidenziatesi e le varie attività svolte sul terreno, sia per individuare
protocolli di prevenzione per il futuro. Il mondo scientifico
è stato chiamato a tutti i possibili approfondimenti sugli effetti
che l'U.l. potrebbe produrre sulla salute umana. Sino ad oggi,
i fatti, le ricerche scientifiche, le indagini statistiche, sia in ambito
internazionale che nazionale, non hanno dimostrato l'esistenza di
un nesso di causalità tra l'utilizzo di munizionamento contenente
U.I e le patologie riscontrate nei militari. Anche la Commissione
Parlamentare d'inchiesta a base monocamerale del Senato, istituita
il 17 novembre 2004 per indagare sui casi di morte e di gravi malattie
che hanno colpito il personale italiano impegnato nelle missioni internazionali
e sulle loro cause, ha concluso la sua attività rilevando che il
lavoro condotto, ancorché intenso e meticoloso, non ha consentito
di pervenire a conclusioni su alcuna delle questioni affrontate. In proposito,
si ricorda che il Senato ha istituito una nuova Commissione monocamerale
d'inchiesta, al fine di proseguire nell'indagine sui casi di
morte e gravi malattie che hanno colpito il personale italiano impiegato
nelle missioni italiane all'estero. La Difesa,
comunque, intende proseguire nella ricerca di ulteriori elementi di certezza
a tutto campo, sino alla determinazione di conoscenze scientifiche che
consentano di comprendere il fenomeno nei suoi aspetti eziologici, diagnostici
e profilattici. L'obiettivo
verrà perseguito fintanto ché sussisteranno serie ed oggettive
istanze dubitative, cioè fino a quando non sarà possibile
accertare in modo inequivocabile l'esistenza o meno di un rapporto
di causa-effetto tra una qualche specifica attività e l'insorgenza
di patologie tumorali nei nostri militari. Venendo, ora,
alla specifica questione posta dall'interrogante, oggetto,
tra l'altro, di esame da parte della citata Commissione d'inchiesta
l'ipotesi che i casi di malattie e decessi siano da correlare
alla somministrazione di vaccini, appare poco sostenibile sia dal punto
di vista tecnico scientifico che etico deontologico. Parimenti,
appare scarsamente fondata l'asserita pericolosità intrinseca
dei vaccini, così come non risponde al vero quanto affermato circa
la somministrazione ai militari di «dosi massicce di vaccino»
in tempi ravvicinati in contrasto con la normativa. Infatti, le
modalità di somministrazione di tali vaccini sono sempre state rispondenti
ai principi della buona pratica vaccinale ed alle raccomandazioni delle
organizzazioni internazionali che consentono la somministrazione anche
contemporanea, purché in sedi diverse, di vaccini non viventi fra
loro o in associazione a vaccini viventi, mentre indicano un periodo di
almeno quattro settimane fra inoculi di vaccini viventi, qualora non somministrati
contemporaneamente. I vaccini
acquisiti ed impiegati dall'Amministrazione sono tutti farmaci regolarmente
autorizzati al commercio (in Italia o all'estero e, in tal caso, regolarmente
importati ai sensi del decreto ministeriale dell'11 febbraio 1997)
e, quindi, dispongono di una scheda individuale, presente nelle confezioni,
contenente indicazioni, controindicazioni ed eventi avversi o effetti collaterali,
oltre alla composizione autorizzata. Il calendario
vaccinale prescritto per i militari è stato sottoposto a preliminare
ratifica da parte del Consiglio Superiore di Sanità, supremo Organo
nazionale decisionale in materia. Anche le perplessità
derivanti dall'ipotetico stato immunodepressivo dovuto a stimolazioni
vaccinali multiple non trovano alcun supporto nella pratica medica quotidiana,
laddove non emergono segnalazioni di stati immunodepressivi conseguenti
all'esecuzione delle vaccinazioni raccomandate per l'infanzia,
tanto meno nella documentazione scientifica esistente. Gli unici
casi riportati in letteratura sono unicamente riferibili al vaccino antivaioloso,
non più in uso dal 1977 a seguito di direttiva dell'Organizzazione
Mondiale della Sanità. Peraltro,
un lavoro epidemiologico pubblicato sull' American Journal of Epidemiology ,
del 15 agosto 2003, ha evidenziato l'esistenza di rischi ridotti di
incidenza per linfomi non Hodgkin a grandi cellule per tutti i soggetti
che, tra l'altro, abbiano ricevuto cinque o più diverse vaccinazioni. Da considerare,
ancora, che tutte le vaccinazioni prescritte in ambito civile e militare
hanno sinora garantito il sostanziale abbattimento dei rischi dovuti alle
corrispondenti malattie infettive naturali (spesso gravi e connotate da
non infrequenti esiti invalidanti o mortali), tanto da costituire i pilastri
della salute pubblica nelle società progredite. È da
rimarcare, peraltro, che la vaccinazione del personale militare risponde
a principi di: salvaguardia
della salute pubblica (considerato l'ambiente di vita comunitario
della componente militare); protezione
del singolo militare; protezione
del singolo militare; garanzia
di efficienza fisica e salvaguardia operativa della componente umana dello
strumento militare, solennemente sanciti dal dettato costituzionale, la
cui violazione ne costituirebbe una grave lesione. Circa il postulato effetto
tumorigeno delle vaccinazioni multiple in uso presso i militari, lo studio
effettuato su tale aspetto dalla citata Commissione non ha prodotto esiti
certi. La Commissione
in parola, infatti, ha concluso che si tratta solo di un'ipotesi di
lavoro che dovrà formare oggetto di ulteriore ed approfondita valutazione. Quanto, invece,
all'ipotizzata insorgenza di «gravi patologie neurologiche e
malformazioni alla nascita» che a dire dell'interrogante
sono state riscontrate nei civili residenti nelle zone colpite da
U.I., ad oggi non esistono, al di fuori di segnalazioni non ufficiali,
dati statisticamente validi indicanti il grave impatto sulla salute delle
popolazioni e della loro discendenza residenti sia in territorio
balcanico, sia in territorio nazionale circostante e o contiguo ai poligoni
militari. Al riguardo,
le conclusioni cui è pervenuto un interessante lavoro scientifico
pubblicato nel 2003 sul Croatian MedicaI Journal hanno evidenziato
come non sia stato registrato alcun incremento significativo di incidenza
di malformazioni congenite in neonati venuti al mondo in Bosnia successivamente
al termine delle operazioni militari. Per quanto
attiene, invece, alla presunta insorgenza di patologie tumorali «nei
militari e nei civili operanti presso i poligoni in Italia» nel ribadire
che le Forze armate italiane non impiegano né hanno mai impiegato
munizionamento contenente uranio impoverito e che non risultano scorte
di tale munizionamento stoccate in depositi militari italiani, la citata
Commissione d'inchiesta nell'ambito dell'indagine svolta
in Sardegna non ha raccolto, allo stato attuale delle conoscenze, elementi
a supporto dell'ipotesi di un ruolo delle munizioni ad U.I. nelle
patologie osservate nella popolazione residente nelle aree adiacenti ai
poligoni sardi. In particolare,
le rilevazioni effettuate dal Centro Interforze Studi Applicazioni Militari
(CISAM) per incarico del Procuratore Militare di Cagliari, non hanno evidenziato
alcuna traccia di impiego di proiettili a U.I., nelle aree dei quattro
poligoni sardi ove viene svolta attività addestrativa (Capo Teulada,
Poligono di Perdasdefogu «a terra» e «a mare»;
Poligono aeronautico di Capo Frasca). L'ipotesi
della presenza, in alcune aree adiacenti ai poligoni sardi (frazione di
Quirra del Comune di Villaputzu e nel confinante Comune di Escalaplano),
di picchi nell'incidenza di tumori e o effetti teratogeni (induzione
di malformazioni congenite), non è stata confermata dall'apposita
Commissione istituita dalla ASL 8 di Cagliari. Il Direttore
Generale della stessa ASL ha escluso, in particolare, che l'attività
del poligono militare di Salto di Quirra possa essere all'origine
dei casi di tumori e di malformazioni fra la popolazione dei paesi vicini,
indicando che le possibili cause potrebbero essere, invece, ricercate proprio
nel passato minerario dell'area. La Difesa,
proprio al fine di fugare ogni dubbio, dimostrando, come peraltro sempre
sostenuto, che presso tale poligono non sono mai stati utilizzati proiettili
all'U.I., ha commissionato nel dicembre 2002 all'Università
degli Studi di Siena uno studio per stabilire lo stato dell'ambiente
della zona del Poligono di Salto di Quirra. Dai risultati
degli studi svolti dall'Ateneo senese, relativi ad oltre 1.500 campioni
e a circa 25.000 determinazioni analitiche, si evince che all'interno
dell'area del Poligono non è individuabile alcuna traccia di
Uranio che abbia un'origine diversa da quella naturale, con il riscontro
di valori anomali di metalli pesanti di accertata origine naturale. Ciò
a conferma di quanto reso noto a suo tempo dal Presidio multizonale dell'Azienda
sanitaria locale (ASL) di Cagliari. Oltre ad un'alta
concentrazione di arsenico, i campionamenti delle ASL hanno accertato presenze
significative di zinco e di piombo. Lo studio,
nel contempo, ha consentito di rilevare che in alcune zone al di
fuori del Poligono, interessate da attività minerarie pregresse
le concentrazioni di alcuni elementi tossici raggiungono valori
molto superiori ai limiti accettabili. Da tempi molto
remoti, infatti, l'intera area è stata di interesse minerario
e, al di fuori del perimetro del Poligono (località Baccu Lacci,
a circa 700 metri a Sud-Est), è presente una ex-miniera, gestita
dalla Società Rumianca dal 1938 al 1965, anno della sua dismissione. In merito,
il responsabile scientifico della ricerca, il Prof. Riccobono, ha concluso
lo studio proponendo un intervento di recupero, consistente nella rimozione
e nell'appropriato collocamento dei fanghi di miniera consolidati. Tali materiali
estremamente inquinati da elementi tossici, soprattutto arsenico
sono al momento oggetto dell'erosione fluviale e dell'azione
del vento che li ridistribuiscono continuamente su più vaste superfici,
propagando questa anomalia geochimica artificiale fino al mare. I risultati
dello studio, che sono stati resi noti alle Autorità istituzionali
ed al Presidente della Regione Sardegna, sono altresì consultabili
sul sito internet del Ministero della Difesa. Al riguardo,
tuttavia, si dà assicurazione che si procederà ad ulteriori
verifiche su base concordata in merito allo stato ambientale
del Poligono di Salto di Quirra e delle zone limitrofe, così come
è stato congiuntamente deciso nell'ambito di un recente incontro
con il Presidente della Regione Sardegna, Onorevole Renato SORU. Nel quadro,
inoltre, delle iniziative volte ad effettuare supplementi d'indagine
riguardo alle postulate influenze dell'U.I. sulla genesi di eventi
morbosi registrati a carico di militari reduci dal teatro operativo irakeno,
è in fase di avanzata realizzazione, un ampio studio prospettico
denominato SIGNUM Studio sull'Impatto Genotossico nelle Unità
Militari mirato al controllo periodico di un campione di militari
inviato in Iraq e teso alla ricerca di eventuali tracce di U.l. e di altri
elementi sulle matrici biologiche (sangue, urine, capelli) e alla verifica
di eventuali alterazioni genotossiche cellulari, dall'esito del quale
si attende una serie di elementi probatori risolutivi riguardo alla complessa
materia. Il protocollo
di una simile ricerca, mai prima messo in atto a livello mondiale, è
il risultato di un ponderato lavoro di revisione scientifica promosso dal
Prof. Franco Mandelli congiuntamente alla Sanità Militare e vede
la partecipazione di Istituzioni nazionali di rilievo internazionale. Con tale studio
potranno essere identificati eventuali nessi di causalità o concausalità
esistenti fra fattori genotossici eventualmente presenti nelle aree di
operazioni e patologie degenerative. È di
tutta evidenza, in conclusione, il fermo intendimento dell'Amministrazione
di proseguire il proprio impegno con totale apertura e grande trasparenza,
affinché possano essere raggiunte definitive certezze su tale questione,
nell'interesse del personale coinvolto e delle loro famiglie e per
la tutela della salute del personale militare. Il Ministro della difesa Parisi