Documenti ed Atti
XV Legislatura della repubblica italiana
RISOLUZIONE IN ASSEMBLEA 6/00005 presentata da SCHIFANI RENATO GIUSEPPE (FORZA ITALIA) in data 26/07/2006
Atto Senato Risoluzione in Assemblea 6-00005 presentata da RENATO GIUSEPPE SCHIFANI mercoledì 26 luglio 2006 nella seduta n.026 Il Senato della Repubblica, esaminato il Documento di programmazione economico-finanziaria relativo alla manovra di finanza pubblica per gli anni 2007-2011; premesso che: nel corso della XIV legislatura la politica del Governo del centrodestra ha consentito di diminuire di un punto di PIL la pressione fiscale (dal 41,6% del 2000 al 40,6% del 2005), di portare il tasso di disoccupazione dal 9,6% del 2001 al 7,7% del 2005, di innalzare le pensioni minime a 516 euro, di avviare più del 50% del "piano delle grandi opere", realizzando il "contratto con gli italiani"; come testimoniato anche dal giudizio di StandardPoor's, l'affidabilità dell'Italia non è cambiata, atteso che in una nota diffusa 1'8 giugno scorso si sottolineava che "i risultati della commissione guidata da Riccardo Faini sono in linea con le previsioni e non avranno impatto sul rating"; premesso altresì che: i lavori della cosiddetta "commissione Faini" hanno prodotto stime del rapporto deficit/PIL tra il 4,1% e il 4,6%, il che consentiva di ritenere pienamente raggiungibili gli obiettivi di finanza pubblica per il 2006, anche in assenza della manovra correttiva operata con il decreto-legge n. 223 del 2006, tant'è che essa migliora esplicitamente i saldi di finanza pubblica per il 2006 di soli 57 milioni di euro (0,00035% del PIL. Quanto al fabbisogno, esso migliorerebbe solo dello 0,007 e l'indebitamento dello 0,1% del PIL); già poco dopo aver conosciuto l'esito delle elezioni politiche giungevano invece segnali di un insolito attivismo di aziende italiane in Lussemburgo che, pur di evitare il ventilato aggravio dell'aliquota sulle rendite finanziarie, esplicitamente citata nel programma dell'Unione, oltre che possibili interventi come l'inasprimento della fiscalità sugli immobili (puntualmente confermata dal decreto-legge n. 223 del 2006) e il ritorno della tassa di successione, davano luogo a una fuga di capitali dall'Italia verso lidi più sicuri come la Svizzera; il DPEF 2007-20011 presenta un quadro della situazione di finanza pubblica da cui emerge, chiaramente, la conferma dell'inesistenza del famigerato "buco" nei conti pubblici, più volte paventato, negli ultimi mesi, da diversi esponenti dell'attuale maggioranza, allorché si erano strumentalmente diffusi inutili allarmismi in merito alla tenuta finanziaria del Paese, col rischio di minarne la credibilità internazionale sino ad evidenziarne inesistenti analogie con la situazione in cui esso si trovava nel 1992 (già la relazione trimestrale di cassa presentata dal precedente Governo segnalava uno scostamento per l'anno in corso, rispetto agli obiettivi programmativi di indebitamento netto, pari, al più, allo 0,1-0,2 per cento di PIL); l'esigenza di una manovra correttiva per assicurare gli obiettivi di saldo 2006, emersa anche nel rapporto conclusivo dei lavori svolti dalla commissione Faini, si traduceva, poi, negli interventi approvati con il decreto-legge n. 223 del 2006 (minimanovra), in cui trovavano collocazione misure tese per i 4/5 alla realizzazione di maggiori entrate e, per solo 1/5, a determinare minori spese correnti, con una correzione pari solo allo 0,1%; l'accorpare, in un unico decreto, sia le misure sulle liberalizzazioni che gli interventi fiscali è sommamente sbagliato, atteso che in questa maniera si dà la sensazione che per avere le liberalizzazioni i cittadini debbano subire anche provvedimenti discutibili e dannosi, come l'aumento della pressione fiscale mascherato da lotta all'elusione o l'istituzione di una sorta di "grande fratello fiscale", segnatamente evocato dall'obbligo per le banche di comunicare alle Agenzie delle entrate tutti i movimenti superiori a 1500 euro. In sostanza lo "scambio" tra finte liberalizzazioni e oppressione fiscale realizza un obiettivo perverso e assolutamente da respingere; il carattere solo propagandistico delle liberalizzazioni è dimostrato dal ripensamento della disposizione in tema di licenze dei taxi, praticamente annullata dall'emendamento del Governo; sul versante delle entrate, l'intervento operato nella citata manovra in tema di adeguamento del regime IVA sugli immobili presenta, a ben vedere, evidenti caratteri di sottostima dei relativi effetti finanziari: quantificati, nella relazione tecnica allegata al provvedimento, in soli 689 milioni di euro nel 2006 ed in 1256 milioni a decorrere dal 2007, a fronte, invece, di stime più realistiche che si aggirano su valori prossimi ai 15 miliardi di euro complessivi (peraltro, l'incisività della misura, oltre ad aver dato luogo a evidenti sospetti di aggiotaggio - basti solo considerare il tempo trascorso tra l'approvazione da parte del Consiglio dei Ministri, il decreto-legge n. 223 del 2006, la sua promulgazione da parte del Presidente della Repubblica e la sua pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale - , lungi dal tradursi sul solo piano del prelievo per l'erario, evidenzia invece indubbi effetti negativi sul mercato immobiliare, con ricadute anche sul sistema bancario e finanziario); le misure previste nella minimanovra di cui al decreto-legge n. 223 del 2006, tese al recupero di base imponibile, determinano altresì inevitabili effetti negativi anche sui conti delle imprese, già duramente provate da un acceso clima competitivo internazionale che rischia di compromettere irrimediabilmente la posizione nei rispettivi mercati; tenuto conto, per quanto concerne il quadro macroeconomico, che: a dispetto di un quadro a tinte fosche dipinto dal centro-sinistra, la dinamica economica dell'Italia nella prima metà dell'anno, come attestato dall'ISAE, è risultata sostanzialmente in linea con il percorso di recupero produttivo già manifestatosi ad inizio d'anno, segnalandosi un incremento del PIL nel primo trimestre (+0,6% sui precedenti tre mesi, +1,5% su un anno prima) e ancor più l'aumento della domanda finale (nazionale ed estera) al netto dello scorte (+1% circa rispetto al quarto trimestre 2005, +2% circa sul corrispondente periodo dell'anno precedente), unitamente alle indicazioni complessivamente favorevoli per il resto dell'anno, il che comporta un'evoluzione più solida delle componenti di offerta e di domanda del sistema economico italiano, indipendente ovviamente dalle iniziative del nuovo Governo; la previsione di una nuova ondata di controlli fiscali nell'ambito delle azioni di contenimento della crescita del disavanzo 2006 determina invece, giocoforza, un rinnovato clima di "oppressione fiscale" nel paese che, oltre a incidere seriamente sul suo apparato produttivo, rischia di produrre effetti anche sul clima di fiducia sia delle imprese che dei lavoratori e specialmente per quanti di questi siano chiamati, in particolare, ad operare in settori e comparti esposti alla concorrenza internazionale, e contraddistinti da un'accesa competizione sia nei prezzi che nei prodotti (tali settori dell'economia richiederebbero, piuttosto che azioni di recupero delle basi imponibili, interventi agevolativi e riduttivi del carico fiscale, volti a rafforzarne le capacità di investimento e quindi a consolidarne la posizione competitiva). rilevato, per quanto concerne le intenzioni di politica fiscale del Governo, che: in un prossimo futuro, con la paventata soppressione del secondo modulo della riforma dell'IRPEF, si vanificherebbero gli effetti di riduzione del carico fiscale operati nel corso della XIV legislatura; la programmata omogeneizzazione del prelievo fiscale sulle rendite finanziarie finirebbe, inevitabilmente, per colpire particolarmente i ceti medi, con effetti negativi che si ripercuoterebbero anche sull'andamento della domanda interna, in una fase in cui occorrerebbe potenziare i fattori di crescita per consolidare i segnali di rinnovato vigore della crescita in atto, operando, piuttosto che sul versante delle entrate, nel perseguimento del risanamento della finanza pubblica, attraverso più incisivi interventi di riduzione dei fattori di crescita della spesa corrente; la previsione di un dispositivo di manovra correttiva in cui una parte rilevante è assolta dal maggior prelievo fiscale rischia di compromettere le aspettative di crescita negli operatori dell'economia, facendo loro maturare il convincimento che la correzione dei conti pubblici non operi prioritariamente attraverso la revisione dei fattori strutturali di crescita della spesa pubblica, ma attraverso l'adeguamento delle risorse sottratte all'economia e destinate alla copertura finanziaria dei servizi pubblici. Alla eventualità prospettata è associabile anche il rischio che da ciò derivi - per giunta, all'inizio di una fase di avanzata ripresa della crescita economica - un riesame dei programmi di investimento delle imprese, da cui potrebbero derivare sensibili effetti di retroazione, nei termini di una loro diminuzione rispetto ai programmi originari, con gli intuibili effetti anche nei termini di una attenuazione della stessa crescita economica del Paese rispetto alle attese; rilevato, altresì, sul piano della costruzione degli andamenti tendenziali e programmatici, che: il Documento non evidenzia il dettaglio della gamma di interventi previsti, né la connessa misura quantitativa delle correzioni di spesa, rinviandone la presentazione al momento del deposito del disegno di legge finanziaria per il 2007. In merito, sul piano solo qualitativo, il Documento presenta invece solo generiche indicazioni delle azioni che si intendono concretamente porre in essere sul versante della spesa, rendendo realistico ipotizzare che il contenimento del disavanzo avvenga, principalmente, più attraverso un adeguamento delle entrate che attraverso una adeguamento di queste ultime rispetto alle prime; l'inattendibilità delle previsioni tendenziali di crescita per entrate e spese contenute nel Documento rende parzialmente non affidabile l'evoluzione dei saldi così come prospettata in assenza di interventi correttivi. In tal senso, a titolo esemplificativo, come rilevato anche dalla Corte dei conti, se ad alcuni valori di spesa è infatti associata l'irrealistica ipotesi di una crescita nel quinquennio rapportata al solo tasso di inflazione programmata (come per redditi da lavoro dipendente), si segnala, sul versante delle entrate, la sottostima insita nella indicazione della loro elasticità, rispetto alla crescita prevista del PIL, assunta pari all'1,5 per cento nel solo 2006, e ridotta, invece, allo 0,9 per cento, per gli anni successivi del quinquennio; con riferimento alla riduzione programmatica del debito in percentuale del PIL, che scende dal 107,7 del 2006 al 99,7 del 2011, non viene presentato alcun elemento di spiegazione sulle modalità degli interventi che si intendono attivare in tal senso, né si affronta con decisione il vero problema che è costituito dalla stabilizzazione del rapporto in questione, più che dall'inseguimento di un valore "magico" come quello del 100%. In particolare, il breve cenno alle privatizzazioni e dismissioni non contiene riferimenti quantitativi né, conseguentemente, esplicita gli effetti sul versante del debito; in relazione alla spesa per interessi anche la previsione del tendenziale di spesa per il corrente anno sembrerebbe in realtà già superata dalla previsione contenuta nella legge di bilancio 2006 che, nella versione assestata, registra una previsione prossima ai 72 miliardi di euro, in crescita rispetto a quella iniziale. Pur in presenza di un debito pubblico elevato, il documento non fa riferimento a possibili rialzi, nei prossimi anni, dei tassi di interesse da parte della BCE, circostanza che andrebbe nella direzione di un ulteriore aumento della spesa per interessi, atteso che la BCE stessa ha affermato che le proprie decisioni in tal senso dipenderanno anche dal ritmo di risanamento delle finanze pubbliche, soprattutto da parte di quei Paesi che presentano disavanzi eccessivi. Né alcun accenno è fatto alla circostanza relativa al rafforzamento del cambio dell'euro avvenuto in assenza di rischi inflazionistici; l'inflazione programmata viene data in costante calo dal 2% del PIL del 2007 all'1,5% del triennio 2009-2011, con ciò non tenendo conto del rischio di un rialzo del costo del petrolio, che potrebbe causare l'aumento del tasso d'inflazione stesso, né della circostanza che l'obiettivo europeo è fissato nel 2%. Posto che il divario di obiettivi con l'Europa potrebbe essere causa di minor crescita per l'Italia, non sono inoltre considerati i fattori di rischio del quadro macroeconomico in connessione con le possibili oscillazioni dei prezzi del petrolio, atteso che l'aumento dell'incertezza derivante da un prolungato conflitto in Medio Oriente potrebbe far detonare le varie fonti potenziali di instabilità già insite nell'economia globale determinando aggiustamenti rapidi sui mercati valutari, suscettibili di influenzare le politiche monetarie e, conseguentemente, l'andamento dei tassi di interesse; rilevato altresì, sul piano del contenuto politico-programmatico del documento, che: alla generica previsione di una riduzione del cuneo fiscale non sono associati puntuali dati concernenti le concrete modalità di attuazione della misura, se in una o più fasi, nonché sulla ricaduta dei relativi effetti previsti, distintamente su imprese e lavoratori, nonché soprattutto in merito alla sua copertura finanziaria. In tal senso, per le azioni di politica economica sul versante dell'offerta, l'azione già intrapresa di liberalizzazione di interi settori di mercato dovrebbe opportunamente accompagnarsi ad una profonda rideterminazione dei limiti della presenza pubblica nell'economia, agevolando l'outsourcing di tutte quelle funzioni e servizi, attualmente svolte dalla pubblica amministrazione, ma che possono essere utilmente offerti - con più efficienza e minore dispendio di risorse - da operatori di mercato: cogliendo, in tal modo, il duplice obiettivo di implementare le politiche di liberalizzazione e ridurre, allo stesso tempo, l'intermediazione erariale di elevate quote del reddito nazionale. Oltretutto, finalizzare lo sgravio alla trasformazione dei contratti a tempo indeterminato, oltre ad introdurre distorsioni sul mercato, significa maggiore occupazione artificiale pagata dallo Stato; l'aggravio del carico fiscale e il potenziamento degli strumenti di indagine e controllo da "grande fratello fiscale" preparato dal ministro Visco, lo stop alle grandi opere, la revisione annunciata della legge Biagi e l'eliminazione delle misure sul pubblico impiego quali segni di sudditanza al sindacato, la revisione della riforma delle pensioni, l'attacco alle riforme Moratti, il no ideologico al nucleare rischiano di fare arretrare l'economia del Paese; ritenuto che: una politica fiscale intesa a reperire sempre maggiori risorse per sorreggere una macchina pubblica costosa ispirata alla vulgata keynesiana operando in disavanzo pone il continuo problema della sua copertura: il deficit di bilancio viene finanziato con l'indebitamento, il quale a sua volta può essere onorato solo qualora l'economia sia in grado di allargare la propria base produttiva, consentendo allo Stato di acquisire maggiori entrate tributarie grazie alle quali poter chiudere il circolo vizioso. Lo statalismo è divenuta così la malattia che ha eroso la competitività dell'Europa continentale e dell'Italia: sarebbe bene ricordare, nel solco di Hayek, che lo Stato inefficiente, insaziabile di tributi oltreché ipertrofico di burocrazia e regolamentazione, finisce per rappresentare un costo che incide sulla competitività delle imprese più di altri fattori tradizionali; l'investimento, oltre al consumo, rappresenta la componente qualitativamente più rilevante dell'economia. Ed è l'investimento che, nella politica della sinistra, verrà penalizzato. Il desiderio di accrescere notevolmente le tasse sulle rendite finanziarie ne è una chiara testimonianza. Ne risulterebbero gravemente compromesse le aspettative di sviluppo, risparmio ed investimento e penalizzata quella parte del risparmio che rappresenta un braccio fondamentale dell'economia, l'investimento, la componente che è all'origine della proprietà. Un diritto fondamentale che la società keynesiana, privilegiando un concetto di occupazione in cui il lavoro improduttivo era considerato alla stregua di quello produttivo, aveva svuotato di significato; la sinistra, con la tassa di successione (presumibilmente anche per i patrimoni sino a 180.000 euro), con la tassazione delle rendite finanziarie, con il rialzo dell'ICI, con l'aumento dell'aliquota contributiva (fino al 25%) a carico dei contratti previsti dalla legge Biagi andrebbe a colpire soprattutto i ceti medi, il motore dell'economia del Paese; in nome di un principio di equità sociale che si nutre di ideologismi, il Governo sta ingannando i propri elettori in quanto la promessa della riduzione del cuneo fiscale di cinque punti percentuali in un anno è un'ipotesi del tutto irreale e impraticabile in quanto comporta necessariamente o la riduzione delle spese sociali o, con maggiore probabilità, un aggravio fiscale operato a valere su altre poste di entrata; le liberalizzazioni contenute nel decreto-legge n. 223 del 2006 appaiono disorganiche, parziali e di stampo eminentemente punitivo a danno di alcune categorie, quali i tassisti, colpevoli solo di non appoggiare la sinistra al Governo; l'ulteriore passo inevitabile di tale strategia di inasprimento fiscale non può che essere una forma di generalizzata e punitiva imposizione di tipo patrimoniale ed un esiziale deterioramento delle aspettative di crescita e sviluppo del Paese; nel rispetto dell'approccio di "supply side economics" (che il DPEF però approccia solo da lontano) il livello ed il tasso di sviluppo e la produzione possono essere sensibilmente aumentati grazie a politiche volte a promuovere maggiore efficienza, minore regolamentazione, maggiore propensione al lavoro, al risparmio e all'investimento, mentre l'eccesso di regolamentazione riduce la produttività dell'investimento e l'imposta sui redditi deprime il tasso di rendimento ottenuto dai risparmiatori che forniscono il finanziamento degli investimenti; la proposta di riduzione di 5 punti del cuneo fiscale costituisce la misura destinata a favorire solo alcune grandi imprese e di per sé inidonea ad alimentare uno sviluppo duraturo del sistema economico italiano - tra l'altro essa costituisce la sola misura di sviluppo prevista dal Governo per l'intera legislatura. Posto inoltre che tale riduzione rischierebbe di essere coperta con aggravi a carico di altre categorie produttive, destinare le stesse risorse alla riduzione dell'incidenza dell'Irap o relativamente al monte salari o con riferimento alle imprese esportatrici potrebbe avere effetti assai più robusti sullo sviluppo del sistema-Italia; nella XIII e XIV legislatura sono state avviate numerose iniziative per la realizzazione del federalismo fiscale quale strumento indispensabile per l'attuazione dei principi della sussidiarietà, dell'equità in materia tributaria e della responsabilizzazione delle decisioni di spesa e che tale tema non è affrontato con la dovuta concretezza nel DPEF, impegna il Governo: ad operare una radicale correzione degli indirizzi di politica economica, finalizzandola al rinnovamento del Paese, nel senso del rafforzamento della sua posizione competitiva, e di liberalizzazione di settori e comparti sinora caratterizzati da protezioni e limiti all'accesso di nuovi operatori, prescindendo da interventi microsettoriali di stampo punitivo e concentrando l'azione sui grandi servizi a rete nonché intervenendo sui conglomerati industriali di proprietà statale che spesso operano in regime di monopolio e che quasi sempre determinano maggiori oneri a carico della finanza pubblica; posto che esiste una relazione inversa tra la pressione fiscale e la crescita economica, ad attuare ogni efficace azione mirata alla riduzione della pressione fiscale - come espressamente richiesto dal Governatore della Banca d'Italia nel corso dell'audizione sul Dpef - e al contenimento della spesa pubblica corrente mediante una efficace e costante azione di riduzione di quella improduttiva e degli sprechi, responsabilizzando i centri di spesa. L'azione dovrà operare mediante una radicale revisione dei fattori critici individuabili a monte della crescita inerziale della spesa, riconducibili alle dinamiche sinora registrate dalla spesa nei comparti del pubblico impiego, pensionistico e sanitario e degli enti decentrati; a sostenere il federalismo fiscale, dando attuazione, attraverso un percorso partecipato e graduale al titolo V della Costituzione; preso atto di quanto deliberato dalla Commissione per gli affari economici e monetari del Parlamento europeo nel rapporto sulla riforma degli aiuti pubblici, a prevedere la possibilità di applicare, per periodi transitori, forme di fiscalità di vantaggio per il Sud valutando altresì la possibilità di ridurre le aliquote di imposta al Sud rispetto al Nord e la rideterminazione degli studi di settore per le imprese meridionali, nel senso di escludere tassativamente qualsiasi generico ed acritico aggiornamento ISTAT provvedendo altresì ad una interpretazione autentica in tema di crediti d'imposta tesa ad escludere qualsiasi decadenza dovuta a semplici irregolarità formali; a confermare l'impianto delle norme adottate nella precedente legislatura a tutela della flessibilità del mercato del lavoro, requisito essenziale per una crescita della produttività, ferma restando la possibilità di interventi migliorativi; a sostenere una politica di privatizzazioni finalizzata all'apertura del sistema economico e del suo sviluppo, sostenendo campioni nazionali ed evitando asimmetrie nel grado di liberalizzazione da attuarsi che possano pregiudicare la nostra industria a vantaggio di gruppi monopolistici di Stato di Paesi esteri; a privilegiare una politica sociale di sostegno alla famiglia proseguendo un percorso già intrapreso nella scorsa legislatura nella quale, sulla base del principio di sussidiarietà, sia affermato il primato sociale della famiglia, come nucleo fondamentale della società e a ciò siano finalizzate le politiche sociali e fiscali. (6-00005) SCHIFANI, MATTEOLI, D'ONOFRIO, CASTELLI, CUTRUFO, DEL PENNINO.