Documenti ed Atti
XV Legislatura della repubblica italiana
INTERROGAZIONE A RISPOSTA ORALE 3/00414 presentata da GASPARRI MAURIZIO (ALLEANZA NAZIONALE) in data 27/11/2006
Atto Camera Interrogazione a risposta orale 3-00414 presentata da MAURIZIO GASPARRI lunedì 27 novembre 2006 nella seduta n.077 GASPARRI. - Al Ministro della salute. - Per sapere - premesso che: quando si parla di canapa indiana e dei suoi derivati è necessario chiarire a cosa ci si riferisca. Le foglie, le infiorescenze e la resina prodotta da esse contengono il principio attivo, chimicamente identificato come delta-9-tetraidrocannabinolo (THC); tutte le piante di canapa contengono il principio attivo ma alcune di esse, in dipendenza di molti fattori (modalità di coltivazione, clima, eccetera), ne contengono quantità molto maggiori di altre. I botanici, non potendole distinguere all'osservazione, hanno trovato un accordo sull'esistenza di un'unica specie ( cannabis sativa ) con due sottospecie: sativa (quella a basso contenuto di THC) ed indica (quella ad alto tenore di principio attivo). Sono state selezionate oggi piante che contengono quantità di principio attivo dell'ordine del 14-18 per cento; le foglie, le infiorescenze ed i piccoli steli, essiccati e triturati costituiscono quello che viene chiamato in gergo «marijuana»; la resina che si forma sulle infiorescenze costituisce «l'hashish»; esistono oggi in commercio in alcuni Paesi (ma non ancora in Italia) farmaci, principalmente in forma di compresse, a base di tetraidrocannabinolo (THC), ad esempio Marinol, Dronabinol e Nabilone. Sono stati approvati ed hanno come unica indicazione terapeutica la prevenzione dell'insorgenza del vomito e della nausea indotte dai chemioterapici antitumorali, in pazienti che non rispondono positivamente ad altri farmaci antiemetici; mentre i farmaci, infatti, sono autorizzati al lecito commercio, nessun Paese al mondo consente invece l'uso, a scopo terapeutico, della pianta o dei derivati della pianta (marijuana ed hashish). Anche se un referendum condotto in 8 dei 50 Stati degli Stati Uniti (California, Arizona, Oregon, Alaska, eccetera) ha reso possibile la coltivazione e la vendita per scopi medici della marijuana, a maggio del 2001 la Corte Suprema degli Stati Uniti ha ribadito che la marijuana non ha nessun uso medico legalmente riconosciuto e che pertanto, in base alle leggi federali, i medici non possono prescrivere la marijuana per uso terapeutico; secondo quanto «divulgato» dai mass media il principio attivo della cannabis (delta-9-tetraidrocannabinolo) sarebbe efficace in un gran numero di patologie, le più varie, dal glaucoma alla sclerosi multipla, dal dolore cronico ai tumori cerebrali, all'epilessia e a molte altre patologie. Una sorta di panacea per tutti i mali, un farmaco universale, cosa che in realtà non appare dai testi scientifici; la rivista Annals of Internal Medicine edita dall'American College of Physicians ha pubblicato nel 1997 (vol. 126 del 15 maggio 1997, pagg. 791-798) un lavoro dal titolo «Medicinal applications of delta-9-tetrahydrocannabinol and marijuana»; gli autori hanno preso in esame tutti i lavori più significativi pubblicati tra il 1975 ed il 1996 (la bibliografia allegata è imponente e comprende 92 voci!) sull'uso medico del THC puro (cioè i farmaci) e sulla marijuana. È stato valutato l'uso nella terapia della nausea associata alla chemioterapia antitumorale, il glaucoma, stimolazione dell'appetito nei malati di AIDS e la sclerosi multipla. Le conclusioni degli autori sono che il THC puro è utile per la nausea associata con la chemioterapia nei tumori e, in basse dosi, per la stimolazione dell'appetito nei malati di AIDS. La marijuana ed il THC puro hanno tuttavia effetti tossici che devono essere valutati e confrontati con i benefici terapeutici; due rassegne bibliografiche sulla autorevole rivista British Medical Journal (Vol. 23, del 7 luglio 2001) realizzate da un gruppo di ricercatori svizzeri ed inglesi, si sono prefisse di valutare, attraverso l'esame degli studi clinici sinora realizzati, l'efficacia dei cannabinoidi nella terapia del dolore e nella terapia della nausea e del vomito indotti dalla chemioterapia antitumorale; per quanto riguarda la terapia del dolore cronico ed acuto, in 8 dei 9 studi considerati i cannabinoidi si sono rivelati più efficaci del placebo ma non più efficaci della codeina, un analgesico sicuramente non dei più potenti. Inoltre in 6 studi su 9 si sono riscontrati effetti indesiderati ed avversi ai cannabinoidi, in qualche caso severi, dovuti prevalentemente alla depressione del sistema nervoso centrale. Sulla base di questa valutazione gli autori concludono che è improbabile che i cannabinoidi attualmente noti siano in grado di sostituire le terapie del dolore già disponibili; la seconda rassegna era volta a valutare l'efficacia dei cannabinoidi come antiemetici, vale a dire come farmaci per la prevenzione della nausea e del vomito, nei pazienti sottoposti a chemioterapia. La rassegna ha riscontrato che i cannabinoidi (THC, nabilone e levonantrololo) sono leggermente più efficaci degli antiemetici convenzionali (es. metoclopramide, proclorperazina) e che i pazienti tendono generalmente a preferirli a questi. Anche in questo caso gli effetti indesiderati prodotti dai cannabinoidi (sonnolenza, sedazione, euforia, depressione, paranoia, allucinazioni) sono stati più frequenti che non nel caso di altri farmaci antiemetici di confronto: in 19 studi su 30 il numero di pazienti che hanno interrotto la sperimentazione a causa degli effetti indesiderati è stato significativamente superiore per i cannabinoidi. La conclusione degli autori è che, a fronte della maggiore efficacia, il frequente riscontro di effetti indesiderati, riscontrabili anche nell'impiego a breve termine e per via intramuscolare dei cannabinioidi, limiterà probabilmente la diffusione dell'impiego di queste sostanze nel trattamento della nausea e del vomito indotti dalla chemioterapia; sullo stesso volume della rivista (British Medical Journal, Vol. 23) viene pubblicato un lavoro del Professor Eija Kalso, della Clinica del Dolore, Dipartimento di Anestesia e terapia intensiva, Ospedale Universitario di Helsinki, in cui si dice che, per la terapia del dolore cronico ed acuto, attualmente esistono farmaci analgesici antiinfiammatori non steroidei molto efficaci, che possono essere somministrati da soli oppure in combinazione con oppioidi; per questi motivi egli ritiene che non vi sia nessuna necessità dei cannabinoidi per queste indicazioni. Per quanto riguarda, invece, l'applicazione contro la nausea ed il vomito egli ricorda che le «linee guida» della Società Americana di Oncologia Clinica suggeriscono di usare: ...nessun antiemetico di routine con chemioterapici a basso rischio emetico, un cortisonico con farmaci a rischio emetico intermedio ed una combinazione di un antagonista recettoriale della serotonina e un cortisonico per farmaci ad alto rischio emetico. Questa combinazione è quella che ha mostrato il più alto indice terapeutico! Pertanto, i cannabinoidi attualmente disponibili perdono il confronto con gli altri farmaci sia in efficacia, sia in sicurezza; anche per quanto riguarda l'efficacia della marijuana nell'epilessia esistono fortissime perplessità. Un lavoro pubblicato sulla rivista Epilepsia Vol. 42 (10), 2001 da parte di un ricercatore del Dipartimento di Neurologia, Psichiatria e Neurochirurgia della New York University School of Medicine dice testualmente: «...le ricerche sugli animali e sull'uomo sull'effetto della marijuana sugli attacchi epilettici sono inconcludenti.»; alla luce quindi delle conoscenze scientifiche attualmente disponibili non sussistono prove valide sull'efficacia terapeutica dei farmaci a base di tetraidrocannabinolo. Le informazioni sono piuttosto confuse e spesso contraddittorie. Nella letteratura si trovano spesso, accanto a ricerche cliniche controllate e convalidate, studi inutilizzabili per una valutazione corretta ed imparziale. Talvolta si tratta esclusivamente di racconti aneddotici non suffragati da idonea documentazione scientifica; alcuni ricercatori consigliano di indirizzare la ricerca sul possibile impiego dei cannabinoidi nel trattamento sintomatico del tremore e della spasticità muscolare nei malati di sclerosi multipla o nei pazienti affetti da morbo di Parkinson; non ci deve essere nessuna preclusione per futuri studi, ricerche o sperimentazioni; occorre tuttavia fare chiarezza anche su cosa si intenda per «ricerca scientifica» o per «sperimentazione»; tutti gli studi devono essere condotti con criteri oggettivi e verificabili, utilizzando sostanze pure (naturali o sintetiche) somministrate in modo controllato ed in dosi misurate. Solo in tal modo è infatti possibile una corretta valutazione, anche sul piano quantitativo, degli effetti positivi e negativi dei cannabinoidi. Situazione in ogni caso ben diversa da quella di una assunzione incontrollata come quella che si realizza fumando una sigaretta di canapa; l'accettazione del concetto della validità terapeutica della cannabis sembra costituire per molti in realtà un sistema surrettizio propedeutico alla legalizzazione o liberalizzazione della sostanza. Tutti, infatti, sarebbero autorizzati a coltivarsi liberamente le proprie piantine, adducendo pretesti «terapeutici». In questo periodo è stata riproposta una pesante campagna mediatica a sostegno dell'uso terapeutico della marijuana e dei suoi derivati. È abbastanza evidente che dietro queste campagne ci sia una vera e propria strategia volta alla completa liberalizzazione delle droghe d'abuso; tutto sembra far parte di una strategia, basta guardare dove è già stata sperimentata, cioè negli Stati Uniti nel 1993: il Presidente esecutivo della «National Organization for the Reform of Marijuana Laws» dichiarava alla stampa: Per realizzare il nostro obiettivo di legalizzare la cannabis entro il 1997, noi dobbiamo chiedere l'accesso immediato alla marijuana per scopi medici!; questa campagna di legalizzazione cominciava mettendo in giro voci del tipo: la politica repressiva ha fallito, non sono le droghe a rovinare i giovani ma le politiche proibizionistiche a fare danni, con le droghe bisogna imparare a convivere perché tentare di impedire la loro diffusione è ormai una battaglia persa e, infine, la marijuana non solo non fa male ma è anche un farmaco essenziale. Come conseguenza, un referendum condotto in 8 dei 50 Stati degli Stati Uniti ha reso possibile la coltivazione e la vendita per scopi medici della marijuana; secondo l'interrogante questa politica è la stessa che stanno oggi tentando le organizzazioni italiane per la liberalizzazione della cannabis . Una strategia inaccettabile, anche per rispetto della dignità di persone già duramente colpite e che non hanno certo bisogno di essere illuse o raggirate in nome di una ideologia -: quali valutazioni esprima sull'uso terapeutico dei principi attivi della cannabis il ministro interrogato, sulla base delle evidenze scientifiche che devono prevalere su suggestioni prive di effettivi riscontri. (3-00414)