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Documenti ed Atti

XV Legislatura della repubblica italiana

RISOLUZIONE IN ASSEMBLEA 6/00042 presentata da SCHIFANI RENATO GIUSEPPE (FORZA ITALIA) in data 26/07/2007

Atto Senato Risoluzione in Assemblea 6-00042 presentata da RENATO GIUSEPPE SCHIFANI giovedì 26 luglio 2007 nella seduta n.204 esaminato il Documento di programmazione economico-finanziaria relativo alla manovra di finanza pubblica per gli anni 2008-2011; premesso che: nel corso della XIV legislatura la politica del Governo del centrodestra ha consentito di diminuire di un punto di PIL la pressione fiscale (dal 41,6% del 2000 al 40,6% del 2005), di portare il tasso di disoccupazione dal 9,6% del 2001 al 7,7% del 2005, di innalzare le pensioni minime a 516 euro, di avviare più del 50% del "piano delle grandi opere", realizzando il "contratto con gli italiani"; la XV Legislatura si è aperta invece con le risultanze della cosiddetta due diligence, operazione che aveva lo scopo di evidenziare le gravi carenze e il grave "buco" nei conti dello Stato italiano. A breve distanza, il Governo è stato costretto ad ammettere che la situazione non era quella a suo tempo rappresentata, ed ha quindi dovuto ammettere la verità sui conti pubblici. Tale operazione mirava pertanto solo a precostituire giustificazioni per una manovra di fine anno 2006 tutta impostata sull'aumento della pressione fiscale; a fronte di una fase economica positiva che sta interessando gran parte del mondo ed in particolare l'Europa, l'Italia stenta ad agganciarsi in maniera stabile alla ripresa. Sono elementi positivi del 2006: la crescita del PIL, la ricostituzione dell'avanzo primario e l'andamento favorevole delle entrate fiscali. Questi risultati sono però da ascrivere principalmente alle numerose riforme di sistema poste in essere dal Governo Berlusconi, oltre che all'andamento spontaneo dell'economia italiana, al suo dinamismo ed alla sua capacità nel cogliere le sfide della globalizzazione. Al contrario, sono elementi di preoccupazione la dinamica della spesa pubblica, ulteriormente aumentata rispetto al 2005 e l'incremento del debito pubblico che ha raggiunto il 106,8% del PIL; a fronte di tali elementi di criticità, il documento di programmazione tradisce invece una impostazione strategica quasi da "fine legislatura", in quanto appare di breve respiro. Esso inoltre è stato oggetto di dure reprimende da parte dell'UE e del FMI: nonostante ciò, gli impegni europei vengono con grande disinvoltura definiti "un eccesso di ortodossia di Bruxelles". Infatti, il decreto-legge n. 81/2007 "affiancato" al DPEF comporta un peggioramento del deficit per ben 6,685 miliardi di euro, di fatto azzerando i pochi risparmi prodotti dalla legge finanziaria per il 2007, coprendoli totalmente in disavanzo e aumentando il deficit pubblico del 2007 dal 2,1 al 2,5%; il risultato finale della politica economica prefigurata nel DPEF non determina miglioramenti al profilo "tendenziale" di crescita, che rispetto al profilo "programmatico" è paradossalmente identico. L'unica differenza di questo Dpef, nel cumulato dei cinque anni, è che nel 2011 ci sarà uno 0,1 % di crescita di Pil in più rispetto all'andamento tendenziale a legislazione vigente; molte partite di spesa già maturate non sono state inserite nel DPEF perché ne manca il presupposto giuridico-formale, nonostante si tratti in massima parte, se non per la totalità, di spese da onorare e quindi, pur non formalmente aventi un addentellato legislativo, costituenti fattori da scontare nei tendenziali di spesa. Il DPEF considera, infatti, nell'ambito della componente di spesa corrente relativa a impegni già assunti ma da non contemplare tra i fattori della legislazione vigente i due miliardi e 354 milioni da reperire in sede di manovra per gli stipendi del pubblico impiego del biennio 2006/2007 per assicurare il 5,1 per cento di incremento, oltre ad un miliardo in più per gli ammortizzatori sociali e a 750 milioni per gli impegni internazionali e che ai suddetti importi, non scontati dalle previsioni a legislazione vigente, si aggiungano anche i 4 miliardi per le Ferrovie, il miliardo per l'ANAS, 1,2 miliardi per le agevolazioni fiscali, per cui andranno reperite le relative risorse; aggiungendo a quelle dianzi citate anche le nuove iniziative, ivi compresi i preannunciati sgravi per gli affitti e l'ICI sulla casa, che però non sono oggetto di formali impegni assunti dal Governo, il complesso delle maggiori spese (senza contare il prossimo rinnovo del contratto degli statali) che già pesano sui conti del 2008, ma che nondimeno non sarebbero ancora stati conteggiati in bilancio, ammonterebbe a quasi 20 miliardi di euro; si tratta di un complesso di spese ingenti che è illusorio pensare possano essere finanziate mediante riduzioni di altre spese. La realtà è che tali spese finiranno quasi sicuramente per essere coperte con ulteriori inasprimenti della pressione fiscale, pregiudicando, ancora una volta, le ragioni dello sviluppo del Paese e penalizzando i contribuenti italiani; per quanto riguarda la valutazione delle maggiori entrate a legislazione vigente, alcuni semplici conteggi portano oggi a quantificare un totale di entrate 2007 pari a 731,4 miliardi rispetto ai 703 scritti a dicembre. Pertanto, dai 672 miliardi del 2006, per un PIL che cresce al 4,5% ed un'elasticità dell'l,1, deriva un totale di 705 miliardi, ai quali si deve aggiungere l'effetto del decreto "Visco-Bersani" e della legge finanziaria per 26 miliardi di entrate in più, cioè 731,4 miliardi. Il fatto che in una recente nota il Ministro dell'economia abbia ricostruito a posteriori l'elasticità delle entrate rispetto al PIL, cifrandola nello 0,9 non dimostra altro che l'intenzione del Governo di tenersi le mani libere quanto alla cifratura delle entrate; in tema di previdenza, il DPEF e il decreto-legge n. 81/2007 offrono un pessimo segnale. Il DPEF 2006-2009 scontava infatti un rallentamento della crescita della spesa pensionistica a partire dall'anno 2009, dovuto alla progressiva applicazione della riforma di cui alla legge n. 243/2004 (c.d. Legge Maroni). L'Unione europea ha espresso, specie tramite il Commissario Almunia, una preoccupazione forte per la possibile insostenibilità economica e finanziaria del "sistema Italia", sia per l'onerosissimo debito pubblico, sia per l'oneroso sistema pensionistico; secondo i recenti dati Istat nei primi nove mesi del 2006, sono aumentati rispettivamente di 0,5 e 1,0 punti percentuali i tassi di attività e di occupazione complessivi (62,7% e 58,4%), mentre si è ridotto quello di disoccupazione (dal 7,6% al 6,7%), che si colloca così al di sotto della media europea (8,0% UE25 e Euro zone), segno, questo, che le misure introdotte dalla Riforma Biagi non devono essere abrogate, bensì piuttosto rilanciate; il nostro mercato del lavoro è, da oramai quasi dieci anni, oggetto di riforme tese ad introdurre maggiore flessibilità, largamente riconosciuta come la sola via per poter incrementare la base occupazionale anche in condizioni congiunturali difficili. La flexicurity è un dato acquisito anche in sede europea; il 22 novembre 2006, infatti, la Commissione Europea ha pubblicato il cosiddetto "Libro verde" sulla modernizzazione del diritto del lavoro, nel quale si afferma, tra l'altro, la necessità di adottare una legislazione del lavoro basata sulla flessibilità del mercato del lavoro combinata ad un sistema di protezione sociale e servizi pubblici di qualità; anche il paragrafo dedicato alla realizzazione del federalismo fiscale contiene solo un rapido riferimento a quanto contenuto nella legge delega approvata dal Consiglio dei Ministri, ma non sono specificate le linee direttive su cui verrà realizzato il federalismo fiscale, né il livello di autonomia fiscale da garantire alle Regioni; preso atto che: in tema di politica fiscale, la riduzione del cuneo contributivo e l'adozione di interventi incisivi volti ad elevare il reddito effettivamente disponibile delle categorie a basso reddito, costituiscono i corretti princìpi su cui deve basarsi la politica tributaria di un Governo che abbia a cuore gli interessi del paese. Per le piccole e medie imprese, in particolare, sono necessarie misure volte ad alleviare il carico tributario. Una seria politica di contrasto all'evasione fiscale non può pertanto essere disgiunta da una attenta valutazione degli effetti che questa potrebbe avere su interi settori e comparti contraddistinti, oramai già da qualche anno, da una grave crisi di riconversione ai nuovi standard di mercato (artigianato e ai servizi alla persona), per i quali, alla carenza di efficienza dei servizi pubblici alle imprese si aggiunge una politica fiscale vessatoria dovuta alla impostazione assunta dagli studi di settore, passati da strumenti di mera selezione dei contribuenti da sottoporre a controllo, a veri e propri metodi di determinazione presuntiva del reddito, in dispregio del principio costituzionale della capacità contributiva; per l'università e il sistema di ricerca, riveste un ruolo cruciale la revisione a fondo dei criteri di finanziamento pubblico, nel senso di ancorarne la determinazione annua ai soli risultati raggiunti, in termini sia di percentuali di collocamento sul mercato del lavoro dei laureati sia di ricerca effettuata da parte di ciascun ente. Nel contempo, dovrebbe assumere rinnovata centralità la spesa finanziata dagli enti a valere sulle risorse conferite da soggetti privati, attuando così un sistema di cofinanziamento in partnership pubblico-privato, già ampiamente diffuso a livello europeo. Nel contempo, riveste assoluta priorità il perseguimento di politiche volte, in particolare, alla incentivazione di iniziative volte a coniugare ricerca scientifica ed alte tecnologie, sia attraverso master e corsi di istruzione specialistica a carattere post-universitario, che in materia di ricerca avanzata nei settori dell'informatica in tutte le sue applicazioni; per la scuola, riveste assoluta priorità l'elaborazione di indirizzi volti alla riforma dei cicli di istruzione e dei curricula formativi, i quali dovrebbero essere anzitutto improntati alla chiara separazione delle funzioni di assistenza scolastica e di insegnamento di base ai giovani con gravi carenze formative e deficit formativi di base e ai diversamente abili, rispetto alle finalità propriamente formative aventi un contenuto specialistico, o teso a, dei saperi professionalizzanti, rivolte alla gran parte dei giovani. Orientando di conseguenza, progressivamente, l'organizzazione e il funzionamento delle scuole ai parametri europei. In tal senso, in particolare, il modello di organizzazione scolastica dovrebbe indirizzarsi verso la valorizzazione dell'autonomia degli enti scolastici, nella ricerca di assetti ispirati al riordino e alla razionalizzazione delle attività, che siano idonei ad ottenere significativi risparmi di spesa, da destinarsi anche a miglioramenti retributivi da collegarsi agli effettivi risultati ottenuti, da parte sia del personale docente che amministrativo; in materia di politiche dell'assistenza, andrebbe risolto anzitutto il problema degli "incapienti" ai fini fiscali, nonché dei senza reddito, individuando nuove forme di sostegno, sia pure condizionate a strumenti di formazione obbligatoria tesi a riprendere e sviluppare le esperienze e conoscenze spendibili sul mercato del lavoro; sul piano macroeconomico, nello scenario di ripresa economica in atto, di cui si avvertono i segnali anche in altri paesi dell'area UEM, l'Italia si colloca comunque ad oggi su valori di crescita tendenziali decisamente più limitati rispetto a quelli degli altri paesi fondatori, a conferma della strada ancora lunga da percorrere sulla via delle riforme di liberalizzazione dei mercati e di incentivazione della concorrenza. È inoltre in atto in Europa un palese confronto di opinioni, corretto e serio, di cui bisognerebbe tener conto, tra il governo francese di Sarkozy e la Banca centrale europea; in particolare, le possibilità dell'Italia di riagganciarsi in maniera stabile alla ripresa economica sono fortemente ridotte a causa dell'aumento della pressione fiscale su famiglie ed imprese, elemento che testimonia l'incapacità, ormai cronica, della maggioranza di governo ad affrontare le riforme strutturali. L'incremento della tassazione effettiva è ormai un dato acquisito. L'aumento delle imposte locali (addizionali Irpef ed ICI), la nuova curva delle aliquote Irpef, l'aumento dei contributi previdenziali, la reintroduzione dell'imposta di successione e donazione, la modifica dei criteri di ammortamento e di deducibilità di alcuni costi (terreni, mezzi e spese di comunicazione), l'inasprimento dei parametri degli studi di settore e l'introduzione degli indicatori di normalità economica con valenza retro attiva a partire dal 2006, danneggiano pesantemente i contribuenti, soprattutto quelli onesti e rendono assai arduo stimolare la ripresa economica attraverso investimenti e consumi privati; nel concreto il DPEF non presenta alcuna specifica indicazione in merito alle politiche economiche volte ad agevolare la ripresa della crescita, con particolare riferimento ad interventi rivolti alla semplificazione del quadro normativo e allo studio di agevolazioni all'esercizio dell'attività di impresa, nonchè agli interventi rivolti alla apertura dei mercati e tesi al perseguimento di politiche di liberalizzazione in settori tradizionalmente protetti da una legislazione vincolistica dei requisiti di accesso ed esercizio delle attività, che si traducono nella creazione di elevate barriere all'accesso di nuovi operatori nei mercati. Occorre pertanto puntare, adottando adeguate politiche di sviluppo, a rendere effettiva una crescita potenziale del sistema-Paese avendo come obiettivo almeno il 3%; a fronte di tali prospettive il DPEF è stato praticamente "bocciato" dal Governatore della Banca d'Italia, il quale ha affermato l'insufficienza delle politiche preannunciate nel Documento, ed ha ribadito che l'innalzamento dell'età pensionabile è obiettivo irrinunciabile sia tenendo conto dell'andamento demografico del Paese sia della necessità di contribuire alla diminuzione del peso del debito, notando, tra l'altro, che è improprio parlare di "tesoretto", quando occorre invece operare ogni sforzo per ridurre il disavanzo; parimenti, la Corte dei conti ha rinnovato le perplessità sollevate nella relazione sul rendiconto dello Stato, dove si affermava che "l'elevato livello del debito pubblico richiederebbe una attenta riconsiderazione delle cause degli insuccessi degli anni trascorsi in tema di controllo della spesa e l'assunzione di decisioni più incisive, in mancanza delle quali si prospetta uno scenario di mantenimento della pressione fiscale su valori difficilmente tollerabili sul piano sociale e causa di effetti distorsivi sul piano economico; i maggiori competitors europei dell'Italia, Francia e Germania, stanno ponendo in atto precise politiche tese a rilanciare il sistema economico. In particolare, la Francia del neopresidente Sarkozy ha avviato una riforma del mercato del lavoro fondata su un nuovo contratto che offrirà garanzie crescenti nel tempo (precari all'inizio, ma con la prospettiva di divenire dipendenti stabili se con il passare del tempo il rapporto tra lavoratore e impresa dimostra di funzionare) ed una detassazione degli straordinari che favorirà l'occupazione, la deducibilità fiscale dei finanziamenti immobiliari, l'eliminazione della quasi totalità dell'imposta di successione; sul piano metodologico, il DPEF contiene anche una indicazione allarmante circa la componente di spesa corrente per interessi, per il cui costo marginale all'emissione, in rapporto allo stock di debito, avrebbe già segnato un aumento di quasi un punto percentuale nel solo biennio rispetto al 2005 (dal 2,47 al 3,32 per cento) e che, nondimeno, alla luce dei recenti rialzi nel tasso di sconto operati dalla BCE e delle attese di ulteriori incrementi a cavallo tra la fine dell'anno corrente e l'inizio del prossimo anno, le previsioni indicherebbero la cifra "ottimistica" di un maggior onere, pari a solo 2,5 miliardi di euro. Tuttavia se si guarda al conto economico della P.A. nella versione a legislazione vigente, l'incremento è di almeno 4,5 miliardi di euro nel 2008, rispetto al 2007; in tema di politiche previdenziali, le ragioni dell'equità e la difesa dei più deboli non possono che indurre ad intervenire per un riequilibrio di tali componenti. Qualsiasi ritardo nella riduzione del volume del debito pone infatti a carico dei più poveri e dei più giovani la più iniqua delle imposizioni fiscali. Appare pertanto essenziale che l'Italia faccia molto di più per aiutare le famiglie con bambini, per innalzare le pensioni più basse degli ultra-65enni, per accrescere le detrazioni a favore delle famiglie che si prendono cura di anziani non auto sufficienti, per dotare i lavoratori italiani, a prescindere dal tipo di contratto, di un sistema di ammortizzatori sociali. L'innalzamento dell'età di pensionamento prevista dalla citata legge Maroni rappresenta pertanto un elemento ineliminabile del sistema. Appare infatti assolutamente iniquo, oltre che contrario agli orientamenti dell'Unione europea, un intervento che si risolva in maggiori oneri finalizzati a finanziare una riduzione delle soglie di età richieste per l'accesso ai trattamenti di quiescenza ed un ulteriore rinvio degli interventi a favore dei minori, delle fasce più giovani della popolazione, dei pensionati poveri, dei soggetti non auto sufficienti e dei disoccupati. Sarebbe pertanto irrazionale, dal punto di vista della sana gestione della finanza pubblica, una scelta volta a trasformare in spesa corrente la quota di surplus fiscale necessaria per l'aggiustamento dei conti pubblici del 2008; per quanto riguarda la politica dell'energia, a fronte di una dipendenza dall'estero pari a circa 1'85 per cento del fabbisogno energetico nazionale, il DPEF non fa alcuna menzione dell'opzione nucleare, fonte dalla quale deriva attualmente circa il 16 per cento dell'energia elettrica prodotto nel mondo ed il 35 per cento in Europa. In sintesi, le azioni del Governo nel settore energetico previste dal DPEF appaiono totalmente inadeguate rispetto alla drammatica esigenza propria del nostro Paese in questo settore; da tale quadro emerge il dato rilevante costituito dal rinvio degli interventi correttivi necessari per raggiungere il pareggio di bilancio al triennio 2009-2011; in particolare, circa la metà è programmata per il 2011, ultimo anno della legislatura, mentre la fase congiunturale favorevole avrebbe invece consentito di accelerare il riequilibrio dei conti; ritenuto che: dal DPEF risulta una miscela perversa di politica economica: più tasse, più spesa corrente, più deficit; il DPEF indica come prioritario il controllo della qualità e della quantità della spesa pubblica. La riduzione del disavanzo e il contenimento del prelievo richiedono però un forte rallentamento dell'espansione della spesa primaria corrente, che anche nel 2007 resta elevata e superiore ai livelli inizialmente programmati; la filosofia di fondo della politica economica proposta nel DPEF si presenta contraria a tutti i dettami della sana gestione della finanza pubblica poiché propone un forte incremento della spesa pubblica. In sostanza anziché utilizzare le maggiori entrate per ridurre il disavanzo o per diminuire la tassazione, si limita ad utilizzarle per aumentare la spesa corrente, contro ogni principio, se non altro, di buon senso; per quanto concerne il Mezzogiorno nel DPEF manca una linea di politica per lo sviluppo. L'unico riferimento è al quadro di risorse che proverranno - come residuo finale per l'obiettivo 1 - omettendo del tutto una proposta, un ragionamento, un impegno per la risoluzione di una questione che vieppiù si rivela drammatica e comunque decisiva per lo sviluppo del Paese. Il recente rapporto SVIMEZ ha sottolineato come nel corso dell'ultimo decennio le condizioni del Sud abbiano subito un sostanziale deterioramento (anche rispetto alle condizioni determinate dalla precedente positiva stagione dell'intervento straordinario al Sud). Nel 2006 il Mezzogiorno d'Italia è bypassato non soltanto dalla Spagna e dal Portogallo, che ormai possono anche guardare al sorpasso dell'Italia intera, ma dalla Grecia. È vero che esiste una questione settentrionale in questi ultimi anni. Ma a parte la considerazione che essa è conseguenza della questione meridionale irrisolta, il problema non è mettere in rivalità il Nord ed il Sud d'Italia, ma metterle in direzione di una ripresa di uno sviluppo che possa essere ordinato ed armonico. Ed allora occorre che la politica del Governo indichi gli obiettivi prioritari che intende realizzare, indicando chiaramente l'obiettivo Mezzogiorno come parte decisiva dell'unità nazionale. Il DPEF si limita in modo notarile ad indicare scelte che sembrano ormai tutte orientate a mantenere uno status-quo dell'economia nazionale senza alcuna linea guida e senza obiettivi generali che realmente permettano al Paese di continuare a crescere come è avvenuto in altri tempi. Il Governo ha tolto di mezzo tutti quei progetti che potevano rappresentare le idee-forza di una nuova fase dello sviluppo del Paese. Ha utilizzato e frammentato risorse - oltre tutto non proprie - rispetto all'impegno per avviare la costruzione del ponte sullo Stretto da considerare come il mezzo di estendere al Mezzogiorno d'Italia l'alta velocità ed integrare un sistema di trasporti che lo rendano adeguato a concorrere allo sviluppo generale; impegna il Governo: ad operare una radicale correzione degli indirizzi di politica economica, finalizzandola al rinnovamento del Paese, nel senso di un deciso rafforzamento della sua posizione competitiva e della liberalizzazione di settori e comparti sinora caratterizzati da protezioni e limiti all'accesso di nuovi operatori, prescindendo da interventi microsettoriali di stampo punitivo e concentrando, invece, l'azione sui grandi servizi a rete e sui servizi pubblici locali nonché intervenendo sui conglomerati industriali partecipati dallo Stato che spesso operano in regime di monopolio e che quasi sempre determinano maggiori oneri a carico della finanza pubblica; ad agire in sede comunitaria per verificare in base a quale interpretazione dello statuto della BCE, la politica monetaria dell'UEM si sia concentrata in modo assoluto e aprioristico sull'obiettivo della lotta all'inflazione, nonostante questo indicatore abbia raggiunto livelli minimi e comunque non preoccupanti, con ciò dimenticando l'effetto collaterale dell'apprezzamento dell'euro che aumenta notevolmente le difficoltà di bilancio dei governi europei atteso che con un euro ragionevolmente più equilibrato, il profilo di crescita e il profilo di deficit pubblico sarebbero di gran lunga migliori, a parità di condizioni strutturali e a parità di necessità di interventi strutturali; a destinare gran parte delle maggiori risorse, che si conseguiranno rispetto alle previsioni tendenziali, al risanamento dei saldi di finanza pubblica e a ridurre gli interventi di distribuzione delle medesime risorse, con eccezione delle spese per investimenti, onde anticipare il pareggio di bilancio all'anno 2010 piuttosto che rimandarlo all'anno 2011, e inoltre a destinare la parte restante di tali maggiori risorse alla riduzione della pressione fiscale, anche in considerazione del prelievo fiscale forzoso imposto ai contribuenti dai provvedimenti fiscali adottati dal Governo Prodi; ad attuare, posto che esiste una relazione inversa tra la pressione fiscale e la crescita economica, ogni efficace azione mirata alla riduzione della pressione fiscale e alla riduzione della spesa pubblica, introducendo un meccanismo di tetti, finalizzato a far si che essa si riduca in misura comunque non inferiore a 0,5 punti percentuali ogni anno, mediante una efficace e costante azione di riduzione di quella improduttiva e degli sprechi, responsabilizzando i centri di spesa, grazie anche all'attuazione del federalismo fiscale; a puntare, per tal via, a ridurre la spesa pubblica senza ridurre il benessere dei cittadini agendo sul fiscal churning, ovvero riducendo sia l'imposizione fiscale che la spesa pubblica mediante una profonda ridefinizione selettiva dell'intervento statale e delle sue funzioni; ad agire sulla spesa mediante una radicale revisione dei fattori critici individuabili a monte della crescita inerziale della spesa, riconducibili alle dinamiche sinora registrate dalla spesa nei comparti del pubblico impiego, pensionistico e sanitario e degli enti decentrati adottando dispositivi di riordino della spesa pubblica in grado di operare il contenimento della componente corrente; ad operare, per quanto riguarda il fisco, una decisa riduzione dell'IRES per rilanciare la competitività delle imprese in linea con quanto deciso dai maggiori paesi europei; a procedere verso una più forte semplificazione fiscale, riducendo gli adempimenti fiscali e ride finendo gli studi di settore attraverso il metodo della consultazione; a porre in essere, per quanto riguarda il Mezzogiorno, valutati i profili di compatibilità con la disciplina dell'Unione Europea, una politica di fiscalità di vantaggio ed una strategia politica di bilancio orientata al contenimento della spesa corrente a favore di quella in conto capitale e ad attuare, pertanto, un livello almeno pari al 40% della spesa in conto capitale per il Mezzogiorno; ad implementare inoltre, per lo stesso Mezzogiorno, una politica complessiva di incentivazione della localizzazione degli investimenti esteri, in particolare mediante un organico piano di marketing territoriale; a valutare, per il Mezzogiorno, una organica disciplina del mercato del lavoro, che preveda, in particolare per i neoassunti, trattamenti differenziati in relazione a differenti livelli di produttività; a rafforzare la riduzione del cuneo fiscale secondo un criterio di distinzione territoriale che tenga conto delle aree sottoutilizzate; a confermare l'impianto delle norme adottate nella precedente legislatura a tutela della flessibilità del mercato del lavoro, requisito essenziale per una crescita della produttività, ferma restando la possibilità di interventi migliorativi, coniugando la flessibilità con la sicurezza del lavoro, in linea con la strategia comunitaria contenuta nel documento; a prevedere misure di decontribuzione e di detassazione degli straordinari e dei salari di produttività per sostenere i redditi dei lavoratori e la competitività delle imprese; a mantenere il cosiddetto "scalone" introdotto dalla legge n. 243/2004, che prevede dal 2008 un doppio canale di uscita, 40 anni di contributi oppure 60 anni di età più 35 anni di contributi; a sostenere il federalismo fiscale, dando attuazione, attraverso un percorso partecipato e graduale, ad un sistema di federalismo basato su criteri di autonomia e responsabilità fiscale degli enti territoriali, invertendo i criteri sui quali si basa il recente disegno di legge approvato dal Governo; nell'ambito del conseguimento di una maggiore autonomia decisionale degli enti locali e territoriali e comunque nei limiti del rispetto del conseguimento della riduzione dell'indebitamento netto della P.A., ad adottare principi e criteri per il patto di stabilità per il triennio 2008-2010, che consentano agli enti locali in avanzo di bilancio di poter utilizzare il medesimo per spese di investimento o per spese aventi funzione sociale, inasprendo per compensazione i vincoli del patto per gli enti "non virtuosi"; a far sì che vengano adottate in tempi brevi misure dirette al sostegno della natalità e della famiglia, che intervengano in particolare nella fascia di età più delicata del bambino, fino ad almeno il terzo anno di età (bonus bebè e assegni familiari), al fine di invertire il trend demografico negativo che vede l'Italia tra i paesi europei e mondiali con il più basso tasso di natalità; a compiere, per la famiglia, ogni sforzo utile nella elaborazione di strumenti di agevolazione fiscale per le famiglie. In particolare, per quelle con molti componenti minori di età ed anziani, ivi compresa, ad esempio, l'adozione graduale del cosiddetto "quoziente familiare" ai fini di imposizione del reddito, in aggiunta ad ogni incentivazione (deducibilità delle spese per l'istruzione e forme di sussidio diretto all'assistenza familiare domiciliare) per il mantenimento dei figli, sia sul piano delle spese per l'istruzione che per la cura della salute fisica e psichica nel senso di una sana crescita dei fanciulli; a prevedere l'esenzione totale ai fini ICI sull'abitazione principale, introducendo lo strumento del credito d'imposta ai fini IRE per l'intero importo effettivamente pagato; a promuovere interventi in materia previdenziale per agevolare la lavoratrice madre anche ai fini pensionistici; a non stravolgere i principi ispiratori della riforma previdenziale di cui alla legge n. 243 del 2004, atteso che tale provvedimento ha determinato l'auspicata stabilizzazione della spesa previdenziale, concepita per portare in equilibrio il rapporto fra contributi versati nel corso della vita lavorativa e prestazioni previdenziali ricevute negli anni del pensionamento; a definire quanto prima un nuovo sistema di trasporti e infrastrutture che dia all'intero Paese la capacità di fungere da raccordo strutturale tra il Mediterraneo e l'Europa e tra Est e Ovest europeo, confermando pienamente gli impegni già presi con l'Unione europea in tema di TAV, assicurando i necessari collegamenti trasversali e dei valichi alpini e assegnando priorità, nella distribuzione delle risorse, all'ultimazione delle opere già iniziate, anche attraverso i ricorsi agli investimenti privati e al project financing e a riqualificare i centri urbani anche mediante agevolazioni fiscali e nuove procedure urbanistiche; per quanto riguarda la politica dell'energia, a compiere ogni sforzo per ridurre la dipendenza energetica dall'estero, valutando senza pregiudiziali tutte le fonti disponibili; per quanto riguarda la salvaguardia dell'ambiente, ad istituire, in aggiunta a quello generale, un nuovo 5 per mille "ambientale"; ad incrementare con tutti gli strumenti ritenuti utili il sostegno alla ricerca e alle nuove tecnologie e, per quanto riguarda l'università e la ricerca, a definire un piano strategico degli interventi e degli investimenti, sentite le Commissioni parlamentari, per un innalzamento decisivo della qualità dell'università italiana in rapporto alla comparazione internazionale, collegando l'incremento del Fondo per il funzionamento ordinario dell'università ad un progressivo aumento della percentuale da assegnare attraverso la valutazione; ad aumentare la concessione di contributi di partecipazione alle spese delle scuole paritarie di ogni ordine e grado, allo scopo di sostenere e valorizzare gli interventi mirati all'elevazione dei livelli di qualità delle attività educative, in coerenza anche con i processi innovativi in atto nel sistema scolastico nazionale; per quanto riguarda i programmi nel settore della Difesa, a confermare le scelte fatte nella più recente sessione di bilancio in merito alla prosecuzione dei principali programmi multinazionali di progettazione, sviluppo, produzione ed acquisizione di sistemi d'arma, materiali d'armamento di vario tipo e piattaforme aerospaziali complesse. Ad interrompere la tendenza a comprimere le spese in favore del personale militare e del suo addestramento. A destinare adeguate risorse finanziarie per la manutenzione e 1'acquisizione dei mezzi destinati alle forze di polizia ad ordinamento civile e militare. (6-00042) SCHIFANI, MATTEOLI, D'ONOFRIO, CUTRUFO

 
Cronologia
mercoledì 25 luglio
  • Parlamento e istituzioni
    La Camera delibera l'istituzione di una Commissione parlamentare di inchiesta sugli errori in campo sanitario e sulle cause dei disavanzi sanitari regionali.

martedì 31 luglio
  • Parlamento e istituzioni
    La Camera approva la proposta di legge Sistema di informazione per la sicurezza della Repubblica e nuova disciplina del segreto (C. 445-B), che sarà approvata definitivamente dal Senato il 1° agosto (legge 3 agosto 2007, n. 124).