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Documenti ed Atti

XVI Legislatura della repubblica italiana

INTERPELLANZA 2/01105 presentata da BELTRANDI MARCO (PARTITO DEMOCRATICO) in data 20110606

Atto Camera Interpellanza 2-01105 presentata da MARCO BELTRANDI lunedi' 6 giugno 2011, seduta n.481 I sottoscritti chiedono di interpellare il Ministro dello sviluppo economico, il Ministro delle infrastrutture e dei trasporti, il Ministro del lavoro e delle politiche sociali, il Ministro dell'economia e delle finanze, il Ministro per la pubblica amministrazione e l'innovazione, per sapere - premesso che: tutte le statistiche ci dicono che in Italia s'investe poco sia nel manufacturing sia nei servizi, ancor meno nella ricerca. Secondo le classifiche europee siamo il Paese dove e' piu' difficile creare business insieme alla Grecia e uno dei piu' ostici al mondo. Le condizioni generali sono note. Tuttavia, vale sicuramente la pena di soffermarsi sulle ragioni di questa scarsa propensione all'investimento nel nostro Paese. Prima di tutto si da' conto di chi potrebbe investire e successivamente delle ragioni per cui non lo fa; un investimento importante e' una scommessa a lungo termine su un sistema Paese, e questa scommessa la puo' fare chi ha capitali a disposizione, e' attrezzato con competenze per valutare delle alternative; se questa decisione la deve prendere un'azienda straniera il confronto tra piu' Paesi e' obbligato. Se invece la decisione spetta ad una azienda italiana o che ha gia' investimenti in Italia il processo decisionale e' in primo luogo influenzato dai costi di un'eventuale delocalizzazione. Ne consegue che nuovi investimenti effettuati da aziende estere possono essere attirati altrove, ma anche che le aziende che gia' sono in Italia dovrebbero avere un tasso d'investimento almeno pari alle loro omologhe straniere. Invece cosi' non e'; tra le ragioni principali di questa stasi ve ne sono alcune che riguardano le aziende e che spiegano la scarsa propensione all'investimento dell'imprenditoria italiana. Altre invece dipendono dalle condizioni che un investitore trova nella nostra nazione e quindi riguardano tutti e, se vogliamo, definiscono appunto la «facilita' del fare business in Italia»; non e' questa la sede per analizzare l'evoluzione che l'impresa ha avuto in Italia negli ultimi 30 anni ed il ritardo della piccola e media azienda nel dotarsi di quegli strumenti che la renderebbero oggi appetibile per un investitore. Strumenti che risultano essere la base per una crescita degli investimenti. Infatti le nostre aziende medio piccole non hanno potuto e qualche volta saputo investire in informatica, sicurezza, organizzazione, qualita' reale. Questo fatto e' stato per anni considerato un alleggerimento della struttura aziendale e ha dato la sensazione di esser un elemento di flessibilita' e di vantaggio competitivo. Oggi e' uno svantaggio strutturale e la richiesta d'informazioni e di organizzazione che il mercato mondiale e le istituzioni finanziarie chiedono, preoccupa per l'onere che questi adempimenti caricano su imprese che per capitalizzazione e cultura non sono in condizione di affrontarlo; nei confronti di questa richiesta, che spesso viene considerata sterile burocrazia, monta la protesta e l'insofferenza che si concretizza nel chiedere meno carte e meno burocrazia. Ma l'esigenza di contabilita' industriali trasparenti e controllate sistematicamente da organismi terzi, all'estero e' regola usuale perche' necessaria; lo stesso puo' dirsi della dimestichezza con i moderni sistemi di programmazione e di gestione, la consuetudine a produrre le informazioni richieste in forma standard e in inglese e' una regola; qualita', sicurezza, norme ambientali sono effettivamente rispettate da tutti, e cio' rappresenta, naturalmente, anche un costo aziendale. La minor dimensione delle nostre aziende e la distanza da questi standard ormai globali non aiuta questo processo di modernizzazione e impedisce l'accesso a risorse estere che operano secondo questi schemi. La semplicita' e la rapidita' richiesta e' altra rispetto a quella offerta dal nostro sistema; se cosi' e', dunque, non si comprende perche' qualcuno dovrebbe investire in Italia avendo la possibilita' di andare altrove. Il possibile investitore valuta una serie di aspetti: il mercato, l'offerta di lavoro, le scuole, l'universita', le infrastrutture, l'interazione con il territorio e l'attenzione che le amministrazioni dedicano all'investimento; il mercato italiano e' un grande bacino di utenza composto da un pubblico sofisticato e mediamente benestante. Queste considerazioni sono vere se le si compara in valore assoluto medio sia nei confronti del mercato americano sia con quello asiatico. Cio' che sicuramente e' cambiato nel consumatore europeo cosi' come in quello americano e' il «mood» che determina la spesa per beni e servizi. Questa nuova propensione del consumatore maturo occidentale, un consumatore che si muove piu' per sostituire cio' che ha gia', sposta l'attenzione di tutti i settori verso i mercati asiatici e non e' probabile che a tempi brevi la situazione possa cambiare; da questo cambiamento di atteggiamento deriva una riduzione della spesa in assoluto ed una riduzione della qualita' della spesa, facendo diventare l'Italia un mercato meno appetibile per prodotti di alta gamma. Non stupisce che in questo contesto marchi importanti della moda italiana decidano di quotarsi in Oriente, mercato ormai piu' vicino alle loro nuove prospettive; l'offerta di lavoro di questi tempi e' ampia in tutta Europa e negli Stati Uniti e l'Italia non esce troppo male dal confronto di costo medio di tale offerta nei confronti dei concorrenti continentali ed americani; certamente la vicenda FIAT ha riportato la luce dei riflettori su una situazione in cui il lavoro in produzione nel nostro Paese e' al contempo poco remunerato e poco efficiente, ricordandoci come la sfida della produttivita' si giochi su queste variabili. Da una parte le aziende, soprattutto quelle dove il costo del lavoro incide in modo importante sul costo di produzione, chiedono di poter differenziare i salari in funzione della produttivita'. Dall'altra anche perche' il valore in termini assoluti di questi salari e' molto basso, il sindacato difende lo status quo resistendo alle richieste di flessibilizzazione e semplificazione delle regole; un nuovo investitore deve valutare se l'ampia disponibilita' di mano d'opera di buon livello qualitativo compensi una rigidita' normativa e una produttivita' distante da quella dei nostri partner europei piu' competitivi; dolente il confronto sui sistemi di istruzione. Tutti i test comparativi degli ultimi anni sulle scuole medie superiori e sulle nostre universita' hanno dato esito impietoso soprattutto nelle materie scientifiche nel confronto non solo dei nostri partner del G20 ma anche di molti Paesi in via di sviluppo; la spesa per la scuola e' relativamente piu' bassa della media europea, ma quello che diverge in modo imbarazzante e' la disponibilita' di denaro per la ricerca rispetto alla spesa per il personale. La spesa e' poco focalizzata come dovrebbe su pochi atenei di qualita' globale. Tutti vogliono la loro universita' sotto casa che generalmente non compete mai per i maggiori premi internazionali e non e' quindi in condizione di attirare investimenti dall'estero basandosi sulle proprie competenze; a fronte di risorse decrescenti urge un dibattito serio su che cosa si deve fare per dare al Paese un'universita' piu' competitiva e con regole di funzionamento e gestione confrontabili con i competitori esteri; come sempre non si puo' generalizzare ed esistono eccellenze notevoli ma se si ci aspetta che un'azienda possa investire in Italia perche' attirata dalla qualita' delle nostre universita', la delusione sarebbe all'ordine del giorno. Il nanismo dell'industria italiana certo non aiuta gli investimenti in ricerca dell'industria privata; la quasi totale assenza di fondi pubblici per la ricerca porta l'Italia in fondo a tutte le classifiche di settore; una lettura attenta del sistema del credito di imposta per la ricerca scientifica lascia profondamente delusi. Si prevede che acceda al credito di imposta quella azienda che affidi ad universita' o struttura di ricerca affine un valore di ricerca in eccesso a quella fatta nel triennio precedente. Questo esclude o penalizza per definizione chi la ricerca la fa gia' da tempo e spinge le aziende ad avvalersi di strutture pubbliche che il Governo stesso ha fortemente penalizzato criticandone l'efficienza spesso a ragione; la ricerca e' una cosa seria, globalizzata, che prevede investimenti costanti e di lungo periodo. Questa l'esperienza di un imprenditore pubblicata su fonti di stampa: «Intenzionato a investire 200 milioni in ricerca, 40 milioni all'anno nei prossimi cinque anni, ho personalmente chiesto al Ministero dell'Economia e delle Finanze 200 milioni di matching funds per una ricerca che dia speranza alla chimica italiana e la risposta testuale e' stata: "Lei non si rende conto delle condizioni in cui verte il Paese. Non ci sono contributi per 200 milioni su un singolo progetto per quanto interessante, neanche come matching funds. Questi contributi ci sono pero' in Corea, in Cina ma anche in Turchia e in Russia, oltre naturalmente in Francia, Germania, Danimarca, Canada"»; un altro punto dolente del sistema Paese, uno dei piu' critici per una decisione d'investimento in Italia riguarda le infrastrutture. Nel nostro Paese il costo dell'energia e' uno dei piu' alti del mondo industrializzato. I trasporti avvengono per una larga parte su gomma e le infrastrutture ferroviarie sono cosi' penalizzate che le Ferrovie nel tentativo di recuperare competitivita' complessiva stanno tagliando e razionalizzando molti raccordi industriali gia' esistenti sul territorio escludendo una politica di promozione del trasporto su rotaia. L'Italia e' un Paese dove i raccordi si chiudono e non si moltiplicano; il ritardo importante accumulato dalle grandi opere di mobilita' merci sia ferroviaria sia portuale ne mettono in discussione la realizzazione stessa. Se un imprenditore decidesse di investire in Italia il costo del trasporto e dei servizi non sarebbe un elemento che farebbe pendere la bilancia a favore del nostro Paese; la cosa piu' preoccupante in questo settore e' che non esiste un largo consenso politico nel Paese a favore della realizzazione delle infrastrutture. Quando le popolazioni coinvolte nell'opera devono valutare un non precisato vantaggio collettivo rispetto al disturbo facilmente verificabile che la realizzazione dell'opera reca per lunghi anni, la loro reazione lascia spazio a forti contestazioni che altro non sono che la presa di coscienza di un malessere profondo; la conclusione e' che l'Italia che ha goduto per buona parte della seconda meta' del secolo scorso d'infrastrutture competitive, negli ultimi venticinque anni ha accumulato un ritardo grave che aumenta di anno in anno. Una soluzione strutturale non sembra immediata; anche i rapporti con le amministrazioni pubbliche sono un tema fondamentale per le decisioni d'investimento da parte di un imprenditore, italiano o straniero che sia. E questo e' anche il settore dove la differenza tra l'Italia e quasi tutto il resto del mondo e' maggiore; assumendo che le perplessita' elencate prima fossero superate, l'imprenditore che deve decidere l'investimento si pone sempre il problema di come e con quali tempi questa sua decisione verra' valutata dal territorio e dalle amministrazioni locali; la nostra legislazione sembra non essere stata emanata per favorire un investimento bensi', al contrario, sembra sia licenziata solo per difendere il territorio dall'impatto che tale investimento portera'; le nostre amministrazioni non sono organizzate per dare elementi certi all'investitore. Si trovano invece a sostenere i costi importanti che le verifiche che conducono comportano. Il risultato e' che quelle amministrazioni che sono favorevoli nella maniera piu' assoluta ad attirare investimenti sul loro territorio si trovano a dover applicare procedure di controllo senza strutture adeguate, con costi spesso enormi che si risolvono in oneri di urbanizzazione molto importanti. I tempi di queste procedure non sono mai certi ed i ritardi nelle concessioni non generano mai oneri nei confronti delle amministrazioni meno efficienti; negli Stati Uniti, ad esempio, e' compito del sindaco procurarsi i necessari permessi per gli investimenti sul proprio territorio e l'amministrazione comunale ha l'onere di dimostrare la propria sollecitudine. Su di essa ricade il danno economico degli eventuali ritardi; in Italia, al contrario, con regolarita' tutte le volte che qualche investimento viene prospettato sorgono comitati civici che esercitano pressione sugli amministratori che sono assediati dai cittadini, dall'opposizione, dalla stessa maggioranza nei consigli comunali e/o di quartiere. A quel punto gli amministratori badano soprattutto a giustificare la propria condotta nei confronti dell'opinione pubblica e mantenere il proprio consenso; nella maggioranza dei comuni italiani mancano gli strumenti di programmazione urbanistica e quando ci sono non sono aggiornati al momento della decisione dell'investimento. Un ipotetico investitore deve scegliere il sito in funzione di un piano regolatore approvato anni o decenni prima e soggetto a varianti continue; non va meglio su altri tipi di investimento. Per ottenere l'atto di approvazione di un piano di ricerca un imprenditore deve attendere in media 260 giorni e quando si supera questo primo esame se ne devono attendere altri 400 per vedere il primo anticipo del cofinanziamento pubblico; i disincentivi per il nostro possibile investitore sono molti insomma, ma e' soprattutto la cronica mancanza di interlocutore interessato e competente a scoraggiare chi fa impresa il quale, magari dopo aver passato anni ad attendere, viene a conoscenza del fatto che i fondi a lui assegnati, assegnati per merito 5 anni prima, rischiano la perenzione per mancanza di «ente pagatore» -: se siano a conoscenza dei fatti esposti in premessa e, nell'eventualita' positiva, quali iniziative gravi ed urgentissime intendano assumere per far si' che non si trasformi il rischio in pericolo di perdere la scia della competitivita', affondando le residue speranze di sviluppo del sistema Paese. (2-01105) «Beltrandi, Bernardini, Farina Coscioni, Mecacci, Maurizio Turco, Zamparutti».

 
Cronologia
mercoledì 1° giugno
  • Parlamento e istituzioni
    La Camera approva il disegno di conversione del decreto-legge 13 maggio 2011, n. 70 Semestre Europeo - Prime disposizioni urgenti per l'economia, (C. 4357), che sarà approvato in via definitiva dal Senato il 7 luglio (legge 12 luglio 2011, n. 106).

lunedì 6 giugno
  • Parlamento e istituzioni
    Alfonso Quaranta è eletto Presidente della Corte costituzionale.

domenica 12 giugno
  • Parlamento e istituzioni
    Si svolgono quattro referendum sull’affidamento a privati di servizi pubblici locali, sulla determinazione delle tariffe del servizio idrico, sulla possibilità di produrre energia elettrica nucleare nel territorio italiano e in materia di legittimo impedimento del Presidente del Consiglio dei Ministri e dei Ministri a comparire in udienza penale. L’affluenza alle urne è pari al 57% degli aventi diritto. Netta vittoria dei sì per tutti e quattro i quesiti.