Documenti ed Atti
XVII Legislatura della repubblica italiana
INTERROGAZIONE A RISPOSTA IN COMMISSIONE 5/04537 presentata da CAPONE SALVATORE (PARTITO DEMOCRATICO) in data 21/01/2015
Atto Camera Interrogazione a risposta in commissione 5-04537 presentato da CAPONE Salvatore testo di Mercoledì 21 gennaio 2015, seduta n. 367 CAPONE . — Al Presidente del Consiglio dei ministri, al Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare, al Ministro dello sviluppo economico, al Ministro della difesa . — Per sapere – premesso che: recentemente, in relazione al cosiddetto decreto sblocca Italia e alle attività di coltivazioni degli idrocarburi, la stampa territoriale ha dato notevole risalto al rischio che gli ordigni inesplosi nel mare Adriatico possano divenire un rischio concreto nelle attività di trivellazione finalizzate alla ricerca del petrolio; tale rischio coinvolge comprensibilmente sia il fronte italiano che quello croato e, più in generale, delle altre sponde adriatiche, come si evince dalla comunicazione del Ministero dell'economia della Croazia del 2 gennaio 2015 circa la concessione da parte del Governo di Zagabria di dieci licenze per esplorazione e sfruttamento di idrocarburi in Adriatico in seguito alla prima gara pubblica conclusasi il 2 novembre 2014; a quel che si apprende dalla stampa, «le concessioni numero 25 e 26 della INA — Industrija Nafte — ricadono in un'area segnalata da carte nautiche e natanti come deposito di ordigni inesplosi». E ancora: «le prospezioni geofisiche che si vorrebbero condurre con tecniche Air-Gun (e simili), così come le future trivellazioni di pozzi provvisori e definitivi, probabilmente non sono mai state messe in correlazione con le migliaia di ordigni bellici affondati nelle sottozone di cui si chiede l'indagine e nelle altre zone confinanti»; tale allarme non sembra essere ingiustificato come confermano anche numerosi atti parlamentari prodotti in questi anni; in particolare, si ricorda in questa sede l'ordinanza della capitaneria di porto di Manfredonia che, nel 1972, vietò per motivi di sicurezza la navigazione, l'ancoraggio, la pesca subacquea e la balneazione per un profondità di 500 metri dalla costa nelle acque di Pianosa, arcipelago delle Tremiti, i cui fondali ospitano una distesa di ordigni della Seconda Guerra Mondiale; nel 2006, infatti, da parte dei Ministeri della difesa e dell'ambiente era stata impegnata la cifra di 5 milioni di euro finalizzata al «Piano di Risanamento del Basso Adriatico». Cifra che, come si legge in un'inchiesta giornalistica, «avrebbe dovuto bastare per tutta la Puglia, ma è stata concentrata per la bonifica dei fondali di una unica zona, nelle acque di Molfetta. Un altro emblema del “mare di bombe” che giace nelle acque italiane». Nella stessa inchiesta giornalistica si legge: «Nelle acque di Molfetta è in atto una bonifica da parte della Marina Militare, iniziata solo grazie all'avvio del progetto per la costruzione del nuovo porto commerciale. La ditta incaricata di svolgere in via preliminare la “pulizia” dei fondali da materiali ferrosi, la ATI Lucatelli di Trieste, nel 2006 ha rinunciato all'appalto per i troppi ordigni che intasavano l'imboccatura del porto chiedendo l'intervento del nucleo Sdai (Sminamento e difesa Antimezzi Insidiosi). Dal luglio 2008 la palla è così passata nelle mani della Forze Armate impegnate in una bonifica che dovrebbe concludersi entro metà 2014»; a questo proposito va sottolineato come, secondo il dossier redatto dal Coordinamento nazionale bonifica armi chimiche, «il mare di Molfetta custodisce migliaia di ordigni caricati all'iprite, una sostanza chimica dagli effetti devastanti; contenuta nelle stive delle 17 navi alleate affondate nel Porto di Bari durante il bombardamento tedesco del 2 dicembre 1943». E ancora: «Nei mari della Puglia dopo il secondo conflitto mondiale sarebbero finiti circa 20 mila ordigni a caricamento chimico oltre a quelli convenzionali: anche bombe e munizioni stoccate nei depositi di Bitonto, Foggia, Manfredonia, e poi inabissate degli eserciti alleati»; l'allarme armi nell'Adriatico non si limita però solo al Basso Adriatico ma coinvolge anche altri mari italiani quali ad esempio i fondali pesaresi, come peraltro dimostrerebbe un documento prodotto dalla provincia di Pesaro nel dicembre 2012, una cartografia dell'Arpa regionale frutto di indagini svolte negli anni ‘50, che mostra con chiarezza la presenza di ordigni lungo la fascia costiera tra Pesaro e Fano; sul quotidiano la Stampa , il 4 marzo 2013, si può leggere: «Tra Adriatico, Ionio e Tirreno il Portolano della navigazione edito dall'Istituto idrografico della Marina parla di decine di mine magnetiche, siluri, proiettili o altri ordigni esplosivi. Per questo proibisce in varie aree, come ad esempio nel golfo di Oristano e a Capo d'Otranto, la navigazione, la sosta di natanti e la pesca. Restrizioni analoghe sono in vigore quasi in ogni angolo dei nostri mari. Solo per il basso Adriatico sono più di 200 i casi documentati di pescatori intossicati e ustionati dalle esalazioni sprigionatesi da armi chimiche portate a galla con le reti». E ancora: «La situazione più critica è in Adriatico. L'Istituto Centrale per la Ricerca Scientifica e Tecnologica applicata al mare tra il 1997 e il 1999 ha redatto le mappe di quattro aree del basso Adriatico dove si ritiene siano presenti almeno 20 mila residui bellici a carica chimica. Nel dicembre del 1943 a Bari affondò sotto i bombardamenti tedeschi la nave Usa John Harvey, con nelle stive 15.000 bombe d'aereo all'iprite mai recuperate»; inoltre, tale allarme si spinge anche fin quasi ai giorni nostri con la Guerra del Kossovo e nella ex Jugoslavia, come dimostra una mappa diffusa dalla capitaneria di porto di Manfredonia, non confermata però a quanto si apprende dal Ministero della difesa e dal comando generale della capitaneria di porto, dove si segnalavano 11 zone di sgancio di ordigni inesplosi da parte dei caccia Nato nel Basso Adriatico–: quali iniziative il Governo intenda intraprendere in relazione ai rischi più volte paventati relativamente agli ordigni inesplosi nel Mare Adriatico; quali iniziative si intendano intraprendere relativamente alle attività di trivellazione in essere già autorizzate dal Governo croato e a quelle già autorizzate e in fase di autorizzazione da parte del Governo italiano circa i paventati rischi in relazione alla presenza di ordigni inesplosi nel Mare Adriatico; se, anche in relazione a tale rischio, non si renda opportuno l'avvio di una moratoria in sede europea, tale da definire protocolli comuni e condivisi relativamente alle richieste di prospezioni e autorizzazioni alla ricerca e coltivazione di idrocarburi e, contemporaneamente, non si ritenga necessario e opportuno, la definizione di un protocollo condiviso tra i Paesi che si affacciano sul corridoio adriatico specificamente in merito al rischio ordigni inesplosi. (5-04537)