Documenti ed Atti
XVII Legislatura della repubblica italiana
INTERROGAZIONE A RISPOSTA IN COMMISSIONE 5/07335 presentata da DA VILLA MARCO (MOVIMENTO 5 STELLE) in data 12/01/2016
Atto Camera Interrogazione a risposta in commissione 5-07335 presentato da DA VILLA Marco testo di Martedì 12 gennaio 2016, seduta n. 545 DA VILLA . — Al Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare, al Ministro dell'economia e delle finanze . — Per sapere – premesso che: nel territorio del Veneto, nel mese di dicembre 2015 si sono registrati livelli elevatissimi di polveri sottili. Si tratta, nello specifico, del particolato di dimensione inferiore a 10 pm (microgrammi), il cosiddetto pm10, in grado di penetrare nelle vie respiratorie, e del pm 2,5, di dimensioni ancora inferiori ed ancora più pericoloso (stimato a circa l'80 per cento del valore di pm10). Il livello registrato in tutti i capoluoghi di provincia, escluso Belluno, è stato quasi costantemente superiore alla soglia di legge di 50 μg/m 3 (microgrammi per metro cubo), che si riferisce all’«aria scadente», in base alla classificazione dell'Agenzia, raggiungendo frequentemente il doppio di questo livello, che qualifica l’«aria pessima», ed in alcuni casi il triplo. La normativa europea ammette 35 superamenti in un intero anno mentre, in questo caso, al ritmo di quasi 30 superamenti al mese, è stata superata quota 90 in diverse centraline. L'accumulo fortissimo di inquinanti di questo ultimo mese del 2015 in Veneto non fa che confermare quanto emerge dai rilevamenti periodici effettuati dall’ European Environment Agency : il nord Italia presenta una particolare criticità, non comparabile con quella della maggior parte degli altri Stati europei. L'osservazione delle medie annuali di pm10 nel territorio europeo evidenzia la gravità della situazione della pianura padana e del Veneto; in alcune zone, la situazione è stata di un'acutezza particolarmente allarmante: a Marghera, il livello di pm10 è rimasto, per ben 10 giorni di seguito, superiore al doppio del livello consentito (aria «pessima») ed ha raggiunto più volte il triplo con 91 superamenti della soglia, ammessa dalla normativa europea; l'inquinamento è un fenomeno «additivo». All'inquinamento «di fondo» si sono infatti poi sommate nei giorni 5-6-7 gennaio 2016, le emissioni dei falò tradizionali («pane e vin»), con il risultato di raggiungere livelli realmente fuori scala di inquinamento da pm10, superando i 300 μg/m 3 , aMansuè, in provincia di Treviso. Oltre sei volte il livello di guardia; quale esempio di «campione di emissioni» a combustibili fossili spicca, ad avviso dell'interrogante, il caso della centrale a carbone «Palladio» di Marghera (i dati sono stati estratti dall'ultima dichiarazione ambientale del 2015). Da sola, produce annualmente più di 50 tonnellate di polveri sottili, oltre a ingenti quantità di altre sostanze nocive: più di 2700 tonnellate di ossidi di azoto (NOx) e 2000 tonnellate di ossidi di zolfo (SOx). Per avere un'ordine di grandezza, 50 tonnellate di polveri sottili equivalgono alle emissioni di un milione di auto «euro zero» a benzina ciascuna delle quali percorra mille km nel ciclo urbano. Dulcis in fundo, i circa quattro milioni di tonnellate equivalenti di CO 2 di questa centrale – una frazione significativa delle emissioni su scala regionale – sono quantitativamente comparabili con la quota di sforamento che ha indotto il Ministero dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare all'acquisto delle quote polacche affinché l'Italia regolarizzasse la sua posizione rispetto agli obiettivi del protocollo di Kyoto; tra il 2011, anno in cui la tragedia di Fukushima scosse l'opinione pubblica mondiale, e il 2015, la Germania, prima potenza manifatturiera, popolata da 80 milioni di abitanti, storicamente caratterizzata da una fortissima dipendenza energetica da carbone e nucleare, è riuscita a raggiungere il 26 dicembre 2015, livelli di copertura del fabbisogno energetico giornaliero da fonti rinnovabili pari all'80 per cento, superando il precedente record del 78 per cento ottenuto il 25 luglio 2015. Picchi così elevati sono comuni: eccetto che a febbraio, se ne registra infatti almeno uno al mese quando non più di uno. Anche in altri Paesi si verificano exploit notevoli: la Danimarca, ad esempio, per due giorni, nel luglio 2015, ha coperto il 100 per cento della sua domanda di energia elettrica con energia eolica e solare. Ma più significato hanno le percentuali complessive: in Germania, nei primi sette mesi del 2015 le rinnovabili hanno prodotto il 35 per cento dell'elettricità tedesca (il 40 per cento dell'energia interna, perché ne esportano una parte), con sole e vento ormai alla pari con la produzione da lignite (rimane poi un 16 per cento di nucleare). In tal modo, la Germania ha quindi raggiunto e superato l'Italia, che da sempre «vive sugli allori» di una grande quantità di energia rinnovabile da fonte idroelettrica (il 22 per cento), e tuttavia, negli ultimi anni, non ha evidentemente accompagnato questa sua forza con sufficienti investimenti in impianti da rinnovabili di altro genere. È a parere dell'interrogante sconsolante constatare che oggi l'Italia, il Paese dell'acqua, del sole e del vento insista sul mantenimento degli impianti a combustibili fossili (qualche anno fa addirittura l'Enel voleva «puntare sul carbone», come strategia aziendale!), riducendo gli incentivi alle rinnovabili. Con i risultati che sono sotto gli occhi di tutti noi: sforamento di Kyoto, smog saturo di pm10, NOx ed altri inquinanti, regressione economica sulle nuove tecnologie, danni all'ambiente e alla salute; Assorinnovabili ha presentato un quadro dei costi della produzione di energia elettrica comprensivi delle esternalità, attraverso il concetto di costo globale dell'energia (GCE, Global Cost of Electricity ), ottenuto dalla somma dei costi medi di produzione (LCOE, Levelized Cost of Electricity ) e delle esternalità (costi dovuti agli impatti negativi sull'ambiente e sulla salute dell'uomo per l'intero arco di vita degli impianti), presentando valori che evidenziano come il ricarico delle esternalità degli impianti a carbone faccia lievitare enormemente il loro costo globale, portandolo al livello cumulativo più alto di tutti (nonostante come costo meramente «industriale» sarebbe in partenza il più basso), mentre lo stesso fattore appesantisce in misura minore il costo globale degli impianti a gas naturale e si riduce notevolmente per quelli fotovoltaici, giungendo infine a valori quasi nulli per l'eolico. È doveroso, quanto dolente, rimarcare che le esternalità negative non sono tuttavia conteggiate dal punto di vista economico nel nostro Paese, scaricando quindi oneri impropri sui conti del Sistema sanitario nazionale e fornendo una rappresentazione di fatto falsata Nazionale dei costi e dei benefici delle scelte di investimento tra le varie fonti alternative; l'effetto di questa situazione lo ha spiegato l'Agenzia europea dell'ambiente poco più di un mese fa. I dati oscillano un po’ a seconda dei metodi di calcolo adottati, ma la sostanza non cambia: circa 400 mila europei muoiono ogni anno per l'aria inquinata. È come se due jumbo venissero abbattuti tutti i giorni nell'indifferenza generale. L'Italia figura al primo posto tra i Paesi colpiti da questa «calamità innaturale»: secondo le ultime stime dell'Agenzia europea dell'ambiente lo smog uccide più di 80 mila italiani all'anno; non stupisce quindi trovarsi di fronte a notizie come questa (Askanews, 30 dicembre 2015): «Per la mancata riduzione dello smog, e in particolare delle polveri sottili nelle maggiori città italiane, la Commissione europea è pronta a passare alla seconda fase della procedura d'infrazione comunitaria (il «parere motivato»), che potrebbe portare poi a un ricorso alla Corte europea di Giustizia, con la richiesta di condannare l'Italia a pagare una sanzione forfettaria da 1 miliardo di euro, più sanzioni pecuniarie aggiuntive proporzionali alla durata ulteriore delle violazioni alla direttiva sulla qualità dell'aria. Lo hanno affermato fonti della Commissione europea, con riferimento in particolare al superamento consistente delle soglie per la concentrazione di particolato Pm10 (la soglia media annuale di 40 microgrammi per metro cubo e quella giornaliera di 50) in tutta la Pianura Padana (Emilia Romagna, Piemonte, Lombardia e Veneto), a Roma e a Napoli. In queste aree «siamo a circa 100 giorni di superamento del limite massimo giornaliero di 50 microgrammi per metro cubo, il triplo della soglia di tolleranza di 35 giorni all'anno»; è una situazione simile a quella riscontrata in Bulgaria e Polonia, due Stati membri per i quali la Commissione ha già adito la Corte di giustizia, rispettivamente il 18 giugno e il 10 dicembre scorsi». Prosegue così l'articolo: «Una regione italiana particolarmente inadempiente, secondo le fonti della Commissione, è il Veneto, dove «tutto è fermo dal 2006, in dieci anni non hanno praticamente fatto niente», nonostante l'obbligo di stabilire e aggiornare periodicamente i piani d'azione per il rispetto delle soglie stabilite dalla direttiva, anche se «risulta che finalmente ora stiano cominciando a muoversi». La conclusione sul nostro paese è comprensibilmente sconsolante: «la situazione nella Penisola è peggiore in termini di morti premature attribuite all'esposizione al Pm10 e al biossido di azoto: al primo posto assoluto nell'Ue con 84.000 decessi prematuri all'anno»; nell'attuale contesto internazionale, le crisi militari, il rischio terrorismo e le situazioni di violenza e di violazione dei diritti dell'uomo non si contano. Siria, Iraq, Libia, Iran, Russia, Arabia Saudita, in contesti diversi e per diverse motivazioni, hanno dimostrato quanto sia rischioso e ormai inopportuno (e in prospettiva anche molto costoso, basta considerare i fondi per mantenere forze militari nei territori a rischio) dipendere così fortemente per gli approvvigionamenti dai fornitori di petrolio e gas naturale. Liberarsi dalla schiavitù del petrolio e accelerare la transizione verso un modello basato su energie rinnovabili per i sistemi stazionari e per la mobilità non avrebbe, a parere dell'interrogante, solo qualche prezioso «effetto collaterale», come la qualità dell'aria, la salute, la sicurezza energetica; sarebbe anche una strategia per sottrarsi a molti ricatti dello scacchiere mondiale, attenuarne il tasso di violenza e, probabilmente, favorire la democrazia e smettere di fomentare importanti moventi bellici in tante aree del pianeta; il «codice dell'ambiente», approvato con decreto legislativo n.152 del 2006, è entrato in vigore dieci anni fa. Un articolo di Marco Palombi sul Fatto quotidiano del 7 gennaio 2016, informa sulle pesanti implicazioni della recente ennesima proroga di una sua importante prescrizione. Si tratta dell'articolo che, scrive Palombi, «recependo una direttiva europea, pone dei limiti alle emissioni dei cosiddetti «grandi impianti di combustione», in sostanza centrali di produzione dell'energia con una capacità superiore ai 50 megawatt. Non sono, a detta degli esperti, limiti da talebani dell'ambientalismo [...]. Eppure, nonostante le soglie tengano nel dovuto conto il profitto delle grandi imprese, dieci anni non sono bastati a farle entrare davvero in vigore: nell'ultimo decreto Milleproroghe, infatti, c’è l'ultima di una lunga serie di rinvii per i «grandi impianti» costruiti prima del 2006, cioè quasi tutti. Detto in parole povere, potranno continuare a non rispettare i limiti ancora per tutto quest'anno.» Viene da domandarsi la ragione di questa discutibile concessione. Così prosegue il giornalista: «Quei limiti sono scritti nero su bianco dal 2006: tempo per mettersi in regola ce n'era. Se poi si mettono in fila un po’ di nomi di quelli che potrebbero ottenere la “licenza di avvelenare l'aria” oltre il consentito, la faccenda si fa allarmante: c’è un bel pezzo dei grandi inquinatori d'Italia. Nella lista, per dire, ci sono le centrali a carbone. La sola Enel – a stare al sito di Assocarboni – ne ha otto sparse per l'Italia: da Genova al Sulcis, da Marghera all'Umbria, da Torrevaldaliga Nord (lì vicino c’è pure un impianto Tirreno Power a olio e gas naturale), alla “Federico II” di Brindisi sud, che un rapporto Legambiente considerò la centrale più inquinante d'Italia per emissioni di CO 2 e che un recente studio di tre ricercatori del CNR (pubblicato sull’« International Journal of Environmental Research and Public Health ») indica come responsabile di 44 morti evitabili l'anno. Va ricordato almeno che pochi chilometri più a nord, sempre nel territorio di Brindisi, c’è anche la centrale di Edipower, società controllata dalla multiutility dei comuni di Milano e Brescia, A2A, che ha due impianti che usano (anche) carbone a Brescia e Monfalcone. [...] A carbone andava anche la famigerata centrale di Vado Ligure, proprietà di Tirreno Power (cioè i francesi di Gdf Suez, Sorgenia di De Benedetti e altri), finita al centro di un'inchiesta per disastro ambientale e il cui destino industriale non è ancora chiaro. E, comunque, non di solo carbone vivono i “grandi impianti di combustione”: vecchi inceneritori; le centrali del polo petrolchimico siracusano (Augusta, Priolo, Melilli); la Sarlux della famiglia Moratti a Sarroch, nel sud della Sardegna, che brucia scarti della lavorazione del petrolio (e per farlo ha usufruito per anni degli incentivi per le «energie rinnovabili»)»; il territorio del Nord Italia, e in particolare la pianura padana, racchiusa tra le Alpi, l'Adriatico e gli Appennini, rappresenta una delle aree più inquinate del pianeta, e la più inquinata d'Italia; per ragioni principalmente orografiche, essa non consente un ricambio d'aria in grado di diluire l'inquinamento immesso; ospita un gran numero di abitanti, potenziali vittime dell'inquinamento; contiene un'elevata quantità di insediamenti industriali e di produzione energetica (superiore anche in proporzione ad altre aree del Paese), con relative emissioni; l'area è inoltre caratterizzato da una diffusa e impattante mobilità stradale pesante e leggera, nonché aeroportuale e portuale (nelle aree costiere); essa dispone di grandi capacità imprenditoriali e finanziarie, nonché delle competenze scientifiche e tecniche idonee ad affrontare una trasformazione positiva del proprio modello di sviluppo, da un modello ad elevato impatto ambientale ad uno meno dannoso per l'ambiente e la salute–: se il Ministro interrogato sia a conoscenza dei fatti descritti in premessa; se e quali iniziative di competenza intenda assumere, alla luce di quanto esposto in premessa, per ripristinare le congrue condizioni di tutela del diritto alla salute in riferimento alle minacce a essa poste dalla cattiva qualità dell'aria, in particolare in riferimento a quanto evidenziato dalla duplice messa in mora dell'Italia nell'ambito delle procedure di infrazione relative al mancato rispetto della direttiva 2008/50/CE, per superamento dei livelli del pm10 (procedura 2014–2147) e del biossido di azoto (2015–2043); in quale specifico o generale interesse pubblico trovi fondamento la decisione di prorogare il termine relativo all'applicazione dei limiti previsti dal decreto legislativo n.152 del 2006 alle emissioni dei cosiddetti «grandi impianti di combustione» costruiti prima del 2006, sempre che, a parere del Ministro interrogato, un tale fondamento esista, e se non ritenga opportuno pronunciarsi fin da subito contro una eventuale ulteriore proroga; se il Governo, in qualità di azionista di controllo di Enel, tramite il Ministero dell'economia e finanze, non ritenga di prendere parte attiva nella riduzione delle pm10, assumendo iniziative, per quanto di competenza, affinché sia esplicitamente previsto che, nei futuri casi di ripetuto e grave superamento dei livelli di polveri sottili, gli impianti industriali o energetici più inquinanti, gestiti da società da esso direttamente o indirettamente controllate, come la centrale Palladio di Fusina, siano posti in sospensione temporanea, o in regime di minimo tecnico, fino al superamento dell'emergenza ambientale. (5-07335)