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Portale storico della Camera dei deputati

Presidenti

Francesco Crispi

Nato a Ribera (Agrigento) il 4 ottobre 1819
Deceduto a Napoli il 11 agosto 1901
Laurea in Giurisprudenza; Avvocato

Biografia

Nasce a Ribera, nell'agrigentino, il 4 ottobre 1818. Inizia gli studi a Villafranca Sicula, quindi frequenta a Palermo, dal 1828 al 1835, il Seminario greco-albanese. Iscrittosi alla facoltà di giurisprudenza dell'università del capoluogo, consegue la laurea nel 1843. Viene assunto nello studio Viola, ed affianca all'attività di legale quella di giornalista, ma l'anno seguente, pur avendo superato gli esami per "alunno di giurisprudenza pratica", deve rinunciare al triennio di tirocinio gratuito presso la Corte di cassazione di Palermo a causa di un dissesto dell'azienda paterna. Rimasta senza esito la richiesta della nomina a giudice, nel 1845 si trasferisce a Napoli. Nel 1847 inizia l'attività cospirativa nell'ambito del Comitato siculo-napoletano fondato da Carlo Poerio e compie frequenti viaggi in Sicilia.
Il 12 gennaio 1848 Palermo insorge. Crispi giunge il 14 ed entra immediatamente a far parte del Comitato generale degli insorti, ricoprendo la carica di segretario del Comitato speciale per la guerra e la marina. Fautore del ripristino della Costituzione del 1812, fonda, insieme con l'abate Giuseppe Fiorenza, il periodico L'apostolato, attraverso il quale propaganda ideali di libertà e di indipendenza.
Ricostituito il Parlamento siciliano, Crispi viene eletto alla Camera dei comuni, dove assume posizioni di estrema sinistra, segnalandosi per l'intransigente opposizione ad ogni ipotesi di compromesso con Napoli. Al ritorno dei Borboni (15 maggio 1849), abbandona la Sicilia e si trasferisce a Torino, dove, fallito il tentativo di ottenere una cattedra universitaria, sopravvive collaborando ad alcuni giornali della sinistra. Abbracciata la causa repubblicana, ha contatti con Mazzini e con Cattaneo, con il quale collabora per la pubblicazione di documenti della rivoluzione siciliana nell'Archivio storico contemporaneo italiano di Capolago.
Espulso nel 1853 dal Piemonte, giunge a Malta. Anche qui si dedica all'attività cospirativa e al giornalismo, ma deve ricorrere all'aiuto finanziario del padre, finché il 18 dicembre 1854 è costretto ad abbandonare l'isola, essendosi reso sgradito tanto agli esuli siciliani moderati quanto agli inglesi.
Si rifugia allora a Londra, dove gli è di guida Mazzini, poi si stabilisce a Parigi, avviando un proprio ufficio di commissionario commerciale che finalmente lo solleva dalle angustie economiche. Continua però ad essere sorvegliato dalla polizia. I controlli si accentuano dopo l'attentato di Felice Orsini contro Napoleone III: il 3 agosto 1858 riceve il decreto di espulsione dalla Francia. Riparato a Lisbona, vi fonda tra gli italiani residenti una sezione del Partito d'azione.
Diffidente verso l'accordo tra Cavour e Napoleone III, dopo la fine della seconda guerra di indipendenza, d'accordo con Mazzini, sbarca in Sicilia, ritenendo i tempi maturi per l'insurrezione. Settimane di contatti infruttuosi lo convincono del contrario, sicché inizia a pensare che per la libertà dell'isola occorra battere altre strade. Incontra a Modena Luigi Carlo Farini, progetta una spedizione che parta dall'isola d'Elba, si sposta quindi a Torino, ma il contatto con Urbano Rattazzi e Giuseppe La Farina è infruttuoso, torna quindi a Genova.
È tra i principali organizzatori della spedizione dei Mille, partiti da Quarto il 5 maggio 1860. Il 17 maggio, divenuto dittatore della Sicilia, Garibaldi nomina Crispi Segretario di Stato. In questa veste, pur avendo aderito alla formula "Italia e Vittorio Emanuele II", egli si scontra frequentemente con La Farina, che preme per una rapida annessione dell'isola al Regno di Sardegna, finendo per presentare le dimissioni.
Il 18 febbraio 1861 Crispi è eletto deputato nel collegio di Castelvetrano.
Nel Parlamento di Torino si colloca all'estrema sinistra, tentando di conciliare l'opzione monarchica con la fedeltà a Garibaldi e all'eredità di Mazzini. Nel dicembre dello stesso anno diventa vicepresidente, insieme con Zanardelli, del gruppo della sinistra parlamentare, presieduto da Agostino Depretis.
Negli anni successivi Crispi si oppone alle iniziative extra-legali di Garibaldi e ai metodi mazziniani, allontanandosi sempre più dai vecchi compagni ed accettando pubblicamente la monarchia sabauda perché l'idea repubblicana dividerebbe il paese (1864). Il 27 marzo 1867, candidato dalla sinistra alla Presidenza della Camera, ottiene 142 voti, contro Adriano Mari che risulterà eletto.
Insieme ad altri deputati della sinistra fonda frattanto un grande giornale politico, La Riforma. Si oppone alla legge sul macinato, preme con successo sul Governo perché approfitti della sconfitta francese a Sedan per occupare Roma, partecipa quindi alla discussione della legge sulle guarentigie.
Escluso, nel 1876, dal primo Governo della sinistra, nel novembre dello stesso anno diviene Presidente della Camera dei deputati.
Fautore di un impegno rafforzato in politica estera, incontra l'anno seguente il cancelliere tedesco Bismarck, al quale si lega in un rapporto di stretta amicizia. Ministro dell'interno nel II Governo Depretis, è costretto a dimettersi per l'accusa di bigamia mossagli da alcuni avversari politici.
Resta fuori dai governi successivi e polemizza aspramente contro il trasformismo.
Dopo le elezioni del 1882 dà vita, con Zanardelli, Cairoli, Baccarini e Nicotera, alla pentarchia; la posizione del Governo nella corsa alle colonie africane gli detta intanto critiche pesanti. Nell'aprile 1887 è di nuovo Ministro dell'interno nell'VIII Governo Depretis. Dopo la morte di quest'ultimo (29 luglio 1887), assume anche la carica di Presidente del Consiglio nonché l'interim degli Esteri. Avvia un'intensa attività di riforme che investono, tra l'altro, l'amministrazione centrale, l'ordinamento comunale e provinciale, il Consiglio di Stato. Sul piano internazionale accresce l'impegno italiano in Africa orientale.
Caduto nel 1891 il Governo, Crispi torna alla Presidenza del Consiglio il 15 dicembre 1893, alla guida di un gabinetto comprendente elementi della sinistra, del centro e della destra. Il 3 gennaio 1894, di fronte alla protesta dei Fasci siciliani, proclama lo stato d'assedio nell'isola. Fronteggia poi la grave crisi bancaria aperta dal crollo del Credito mobiliare e dalla Banca generale, scioglie le organizzazioni socialiste e si scontra con Giolitti a proposito dello scandalo della Banca romana, ma è dall'Africa - dove ha puntato tutte le sue carte - che giunge la fine politica: il 1° marzo 1896 le colonne italiane che puntano su Adua sono sbaragliate ad Abba Garima dall'esercito del negus Menelik. Quattro giorni dopo Crispi si dimette.
Deluso ed esacerbato trascorre gli ultimi anni di vita a Napoli, dove muore l'11 agosto 1901.

XIII Legislatura del Regno d'Italia

Tornata del 23 novembre 1876

Dopo le elezioni del novembre 1876 e la vittoria della sinistra, Francesco Crispi è eletto alla Presidenza della Camera il 21 novembre, con 232 voti su 347 votanti. Nel suo discorso di insediamento Crispi, dopo aver ricordato la necessità di procedere a riforme politiche ed amministrative secondando le aspettative dell'opinione pubblica, si impegna a garantire all'Assemblea la propria imparzialità e il proprio equilibrio, ma prima ancora la capacità di tenere a freno un temperamento politico naturalmente portato all'eccesso. Come Presidente, afferma Crispi, «dimenticherò il posto da cui venni, ricorderò quello in cui sono». L'Assemblea, prosegue, lo conosce abbastanza per non dubitare del suo amore per la patria e per il progresso. In cambio egli chiede benevolenza ed indulgenza, affinché l'esercizio del mandato che gli è stato conferito risulti più facile.