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Portale storico della Camera dei deputati

Presidenti

Alessandro Pertini

Nato a Stella (Savona, Liguria) il 25 settembre 1896
Deceduto il 24 febbraio 1990
Laurea in giurisprudenza e in scienze politiche; avvocato, giornalista.

Biografia

Nasce a Stella San Giovanni, in provincia di Savona, il 25 settembre 1896. Si laurea a Genova in giurisprudenza e a Firenze in scienze sociali e politiche, dedicandosi quindi all'attività di pubblicista e avvocato.
Partecipa alla prima guerra mondiale come tenente dei mitraglieri. Nel 1918 si iscrive al Partito socialista e svolge un'intensa attività organizzativa nella sua città. A seguito della scissione dell'ottobre del 1922, passa al Partito socialista unitario, impegnandosi a fondo nella lotta contro il fascismo, che nel frattempo ha preso il potere.
Viene arrestato per la prima volta nel maggio del 1925 a Stella per propaganda clandestina antifascista, in particolare per la distribuzione di un opuscolo, nel quale si denunciano le responsabilità della monarchia nel perdurare del regime fascista e la sfiducia sulle indagini e sul processo relativo all'assassinio di Giacomo Matteotti. Condannato ad otto mesi di carcere, per i reati di stampa clandestina, oltraggio al Senato e lesa prerogativa regia, ritorna in libertà nel dicembre dello stesso anno e riprende immediatamente l'attività politica incorrendo in numerose aggressioni da parte di esponenti fascisti locali.
Nell'ottobre del 1926 viene nuovamente fermato e, con l'entrata in vigore delle leggi eccezionali fasciste, è condannato al confino di polizia per la durata di cinque anni. Entra in clandestinità e riesce ad organizzare con Carlo Rosselli, Ferruccio Parri e Riccardo Bauer la fuga in Corsica di Filippo Turati, per proteggere l'anziano leader socialista dalle persecuzioni fasciste.
La fuga avventurosa, avvenuta via mare a bordo di un motoscafo da pesca da Savona a Calvi, comporta per Pertini una nuova condanna in contumacia a dieci mesi di arresto. Pertini resta all'estero con Turati e successivamente lo accompagna a Parigi, dove già avevano trovato riparo molti dirigenti politici italiani antifascisti. Insofferente per la lontananza dal proprio Paese e ansioso di riprendere la lotta politica attiva, Pertini si trasferisce inizialmente nel sud della Francia, a Nizza, dove lavorano molti emigranti italiani. Svolge lavori manuali: pulitore di automobili, manovale, muratore e decoratore. Con il ricavato dalla vendita di una masseria di famiglia installa a Eze un impianto radiotrasmittente per incitare gli italiani a non desistere dall'opposizione al fascismo. Scoperto e arrestato dalla polizia francese, viene condannato ad un mese di reclusione, nonostante la vasta mobilitazione di opinione pubblica in suo favore.
Per il timore di perdere i contatti con la lotta antifascista in Italia organizza il suo rientro nel marzo del 1929. Dopo numerosi spostamenti in varie città del nord, per riannodare i contatti con i compagni, si reca a Pisa per incontrare Ernesto Rossi, ma qui è arrestato, perché riconosciuto e denunciato alla polizia da un avvocato di Savona incontrato per caso. Già nei primi interrogatori rivendica con fierezza la propria fede politica e i propri sentimenti antifascisti. Il 30 novembre 1929 il Tribunale speciale lo condanna a dieci anni di reclusione per diffusione di notizie false all'estero, per attività volta a danneggiare gli interessi e il prestigio nazionale e, infine, per contraffazione di passaporto. Trasferito nel penitenziario di Santo Stefano, destinato agli ergastolani e noto per la durezza del regime carcerario, Pertini sconta in cella di isolamento la sua condanna, mostrando sempre un atteggiamento di grande fermezza e una eccezionale fibra morale.
Le sue condizioni di salute si deteriorano gravemente e grazie ad una vasta campagna di sensibilizzazione dell'opinione pubblica all'estero, dopo due anni viene trasferito nel carcere di Turi, una casa penale per condannati ammalati, dove in quel periodo si trova Antonio Gramsci.
Nell'aprile viene nuovamente trasferito nel sanatorio giudiziario dell'isola di Pianosa, dove gli viene comunicata la notizia della domanda di grazia inoltrata da sua madre, che egli rifiuta categoricamente. Subisce ulteriori condanne per atti di generosità nei confronti di alcuni detenuti che, sommate a quella comminata per l'aiuto alla fuga di Turati, prolungano la sua permanenza a Pianosa fino al settembre del 1935. Viene inviato al confino a Ponza per espiare la pena precedente alla fuga in Francia e da qui alle Tremiti, dove vengono inviati i delinquenti comuni. Dopo aver minacciato lo sciopero della fame, viene trasferito a Ventotene, dove si trovano numerosi confinati antifascisti tra i quali Ernesto Rossi, Riccardo Bauer, Umberto Terracini, Pietro Secchia e Mauro Scoccimarro. Terminato il periodo di pena nel 1940, la commissione provinciale di Littoria lo condanna nuovamente al confino per ulteriori cinque anni.
Caduto il fascismo, Pertini ritorna in libertà nell'agosto del 1943 e partecipa a Roma alla costituzione del Partito socialista (PSIUP), insieme a Nenni e a Saragat. Lavora all'organizzazione di una forza armata antitedesca, impegnandosi con grande slancio nella lotta contro l'occupazione tedesca.
Viene arrestato insieme a Giuseppe Saragat ed entrambi sono condannati a morte. Grazie all'intervento dei partigiani, che riescono ad organizzare un piano di fuga dal carcere romano di Regina Coeli, il 20 gennaio 1944 i due leader politici riescono ad evadere. Pertini ritorna immediatamente al comando dell'organizzazione militare del partito, ma poco dopo chiede di spostarsi nell'Italia del nord per dare ulteriore slancio alla lotta e all'organizzazione del partito. È nominato segretario del PSIUP per l'Italia occupata e suo rappresentante nel Comitato di liberazione nazionale per l'Alta Italia (CLNAI). Viene richiamato a Roma nel luglio del 1944, ma resta bloccato a Firenze, dove partecipa attivamente alla liberazione della città. Con l'aiuto del comando inglese, riesce a tornare nel nord del Paese, compiendo un viaggio estremamente rischioso attraverso la Francia.
Al termine degli eventi bellici riprende l'attività politica, restando sempre uno strenuo sostenitore dell'unità del Partito socialista. Nel luglio 1945 è eletto membro della direzione e segretario del PSIUP. Al congresso di Firenze dell'aprile 1946 si schiera a favore dell'autonomia dei socialisti dal Partito comunista. Nel congresso del gennaio 1947, Pertini si prodiga per impedire la scissione dei socialisti guidati da Saragat ed è l'unico tra i massimi dirigenti del partito a recarsi a Palazzo Barberini, dove si riuniscono gli scissionisti, per esortarli a desistere.
Il 23 novembre 1945 è nominato membro della Consulta nazionale e il 2 giugno 1946 è eletto deputato all'Assemblea costituente nel collegio unico nazionale. Riprende anche l'attività giornalistica in qualità di direttore dell'Avanti! dal 1945 al 1946 e successivamente dal 1950 al 1951. A partire dal 1947 dirige anche il quotidiano Il lavoro nuovo di Genova.
Senatore di diritto nella I legislatura, si impegna in prima persona contro l'approvazione dell'introduzione del premio di maggioranza alla Camera, la cosiddetta "legge truffa". Contrario nel 1948 alle liste unificate con il Partito comunista del Fronte democratico popolare, dopo la sconfitta elettorale accentua la sua posizione autonomista, intesa non semplicemente in funzione anticomunista, ma come rivendicazione della tradizione socialista. Evita in ogni momento di porsi a capo di una corrente all'interno del partito, preferendo diventare un riferimento ideale per tutti i militanti socialisti.
Nella II legislatura è eletto alla Camera dei deputati, di cui sarà membro ininterrottamente fino all'VIII legislatura. Nel 1953 gli viene conferita la medaglia d'oro al valor militare per la partecipazione alla Resistenza.
Dopo aver ricoperto l'incarico di Vicepresidente della Camera nella IV legislatura, il 5 giugno 1968 è eletto Presidente della Camera. La sua elezione si inserisce nel clima di stallo della politica di centro-sinistra, che porta all'inizio della V legislatura, in attesa di un nuovo accordo tra democristiani e socialisti, alla nascita del II Governo Leone, monocolore DC.
Durante il suo mandato si svolgono dibattiti impegnativi relativi a tematiche di grande impatto sociale, come la legge sul divorzio, o di attuazione del dettato costituzionale, come la legge che istituisce l'ordinamento regionale.
Sotto la Presidenza Pertini nel febbraio 1971 si giunge all'approvazione del nuovo Regolamento della Camera dei deputati, che prendendo atto dei mutamenti avvenuti nel quadro politico, rafforza in particolare i poteri dei gruppi parlamentari e le attività delle Commissioni parlamentari.
Il suo stile diretto ed energico incontra grande consenso tra i cittadini e già negli anni di Presidenza a Montecitorio inaugura l'abitudine di ricevere delegazioni di giovani, per discutere con le nuove generazioni i problemi e le prospettive del Paese.
È riconfermato, a larghissima maggioranza, Presidente della Camera il 25 maggio 1972 e ricopre l'incarico fino alla fine della VI legislatura.
Nel 1978, dopo una difficilissima ricerca di intesa tra le forze politiche, emerge la candidatura di Pertini per la massima magistratura dello Stato.
L'8 luglio 1978, al sedicesimo scrutinio, è eletto Presidente della Repubblica italiana, con 832 voti su 995 votanti.
Nel suo discorso di insediamento dichiara senza esitazioni di voler essere il Presidente di tutti gli italiani, promessa che manterrà in anni molto difficili, a causa del clima di sfiducia verso le istituzioni, che comincia a diffondersi nel Paese. Pertini non si stancherà di ripetere durante tutto il settennato al Quirinale, che «le istituzioni non sono una cosa astratta» e non mancherà di far sentire la vicinanza del Presidente agli italiani.
Al termine del mandato presidenziale entra a far parte del Senato in qualità di senatore a vita.
Muore a Roma il 24 febbraio 1990.

V Legislatura della Repubblica italiana

Seduta del 5 giugno 1968

Nella seduta inaugurale della V legislatura il socialista Sandro Pertini è eletto Presidente della Camera dei deputati, con 364 voti su 583 votanti. L'elezione del primo Presidente non democristiano dal 1948 avviene in un momento di stallo tra le forze politiche di centro-sinistra, che porterà all'insediamento di un Governo monocolore democristiano, guidato da Giovanni Leone, chiamato a garantire una direzione politica al Paese in attesa di un chiarimento tra le forze politiche. Nel discorso di insediamento Pertini assicura innanzitutto l'imparzialità nella direzione dei lavori dell'Assemblea, impegnandosi a dimenticare i propri sentimenti e risentimenti politici. Dopo aver esaltato la funzione insostituibile del Parlamento in una vera democrazia, invita i deputati a prendere in considerazione i rilievi e le critiche, largamente diffusi anche nella pubblica opinione, relativi alla funzionalità delle Camere. Nel corso della legislatura, dovranno essere esaminate tutte le possibili ipotesi di snellimento delle procedure parlamentari, con particolare riferimento all'iter di approvazione delle leggi. Particolare attenzione Pertini rivolge all'immagine esterna del Parlamento che deve essere come «una casa di cristallo», da cui deve partire «l'esempio di attaccamento agli istituti democratici e soprattutto l'esempio di onestà e rettitudine», che il Paese richiede. Ciò è particolarmente necessario per i giovani, che devono guardare al Parlamento con fiducia, in modo da ricondurre nell'alveo della democrazia le loro proposte di cambiamento.

VI Legislatura della Repubblica italiana

Seduta del 25 maggio 1972

All'inizio della VI legislatura, Sandro Pertini è riconfermato a larga maggioranza Presidente della Camera dei deputati, al primo scrutinio, con 519 voti su 615 votanti. L'elezione avviene secondo le nuove disposizioni del Regolamento della Camera, che richiedono, al primo scrutinio, la maggioranza dei due terzi dei componenti l'Assemblea. Nella stessa seduta Pertini rivolge alla Camera il tradizionale discorso di insediamento, ricordando innanzitutto il fecondo lavoro svolto nella precedente legislatura, che si augura possa essere replicato nell'esclusivo interesse del Paese. Come nella precedente occasione invita il Parlamento ad essere esempio di dialogo e di tolleranza, condannando ogni forma di violenza, che riporterebbe il Paese indietro, all'esperienza di anni lontani e dolorosi, in cui i cittadini erano privati della libertà. In tale ottica, Pertini, afferma che la riconquista, attraverso sacrifici altrettanto dolorosi e tragici, della libertà e della democrazia, non consente che sia la stessa libertà ad uccidere la libertà.